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Salottifici della Murgia, anatomia di una crisi

Nascita, ascesa e declino di un "polo" industriale per il quale le Regioni Puglia e Basilicata hanno chiesto al Governo interventi urgenti. Alla "malattia" economica del distretto sono al momento sopravvissute 160 aziende, rispetto alle 520 del "periodo d'oro". La situazione più a rischio riguarda al momento 1300 lavoratori
Salottifici della Murgia, anatomia di una crisi
BARI - Miracolo del boom economico degli anni Ottanta e Novanta, definito il "Nord-Est" del Mezzogiorno per i picchi di crescita costanti, il distretto del mobile imbottito della Murgia, localizzato nelle province di Bari, Matera e Taranto, è oggi in grossa flessione. L'intervento del Governo per dichiarare lo stato di crisi è stato chiesto dalle Regioni Puglia e Basilicata per tentare di salvarlo e rilanciarlo. Tutto l'arco istituzionale delle autonomie locali delle due regioni e tutta la platea delle parti sociali (imprese e lavoratori) hanno unito gli sforzi per risollevare una situazione ormai prossima al collasso. Salottificio
La causa principale dello stato di crisi è nella globalizzazione dei mercati, in cui avanza inarrestabile il più concorrenziale divano cinese. Altra mazzata il super-euro, che penalizza le esportazioni nei Paesi del dollaro, un tempo mercati di riferimento del divano "made in Murgia", oggi invece tagliati fuori.
Limiti strutturali e la mancanza di una vera mentalità di sistema hanno fatto il resto.
L'emorragia di posti di lavoro è inarrestabile, anche il colosso-Natuzzi annuncia esuberi e mette in cassa integrazione, dichiarando forti perdite. Già dimezzato il numero della manodopera in tre anni rispetto alle 12 mila unità dei tempi migliori. Una crisi così pesante che gli addetti ai lavori chiedono una maggiore attenzione, paragonando la situazione a quella ben più nota della Malpensa.
Lo scenario del distretto del salotto negli ultimi due anni è quello di un "day-after". Il miracolo, nato e cresciuto in un territorio vocato al dinamismo imprenditoriale ma privo delle materie prime della lavorazione del divano (pelle e legname) era diventato un modello da prendere ad esempio. Localizzato soprattutto tra Matera, Altamura e Santeramo in Colle (Bari) e poi estesosi nelle province di Taranto e fino al capoluogo pugliese, il distretto contava nel momento migliore 520 aziende, adesso ridotte a 160 circa. Mercato di riferimento erano gli Stati Uniti, oggi le prospettive sono la Russia, la Gran Bretagna, l'Oceania. Gli effetti della globalizzazione hanno lasciato molte fabbriche chiuse. Produrre in Italia non è più conveniente.
Pasquale Natuzzi, fondatore dell'omonimo gruppo, in realtà lo aveva preconizzato esattamente 10 anni fa, quando ha iniziato a programmare investimenti all'estero (Brasile, Cina, Romania) senza però chiudere gli stabilimenti pugliesi e lucani.
Oggi la crisi è tale che il gigante deve fare ricorso alla cassa integrazione per 2421 lavoratori per 13 settimane e annunciare 1200 esuberi nel piano industriale 2008-2010 in cui si punta soprattutto sul marketing e sull'apertura di nuovi store.
Intanto le aziende piccole, quelle che lavoravano in conto terzi, sono sparite, sono state le prime a essere falcidiate dalla globalizzazione. Poi è toccato anche ad aziende ritenute molto solide, dove essere assunti significava quasi aver raggiunto il miraggio del posto fisso. E ne stanno risentendo seriamente anche i grossi gruppi. Proprio da una task force composta dalle aziende che costituiscono l'80 per cento del fatturato complessivo (Calia Italia, Incanto, Natuzzi, Nicoletti, Softline e Sofaland) è partita la richiesta dello stato di crisi.
Le ricette tanto invocate di puntare sull'innovazione e sulla qualità al momento, da sole, non hanno prodotto gli esiti sperati. Si aprono nuovi mercati ma la crisi è profonda. I Comuni, le Province e le Regioni, le imprese ed i sindacati hanno chiesto al governo di intervenire urgentemente. Un punto di partenza è il protocollo-Scajola, firmato nel marzo 2006, quando quel governo guidato Berlusconi volgeva al termine. È rimasto del tutto inattuato.
E oggi, con Scajola di nuovo ministro allo Sviluppo economico, il suo nome è l'invocazione ricorrente nel territorio murgiano a cavallo tra le due regioni. Obiettivo prioritario del protocollo erano proprio il sostegno e il rafforzamento del settore con misure in grado di incrementare la competitività del settore. Ciò anche attraverso esenzioni fiscali previste dallo "stato di crisi" già applicata in Italia per altri distretti in crisi. Tutto necessario a generare nuovi investimenti e la contestuale ricollocazione del personale in esubero.
Nel frattempo, sul territorio, si cerca di fare seriamente "sistema". Basti pensare che un distretto vero e proprio non esiste.
Un comitato di distretto è operativo in Basilicata (Matera-Montescaglioso), in Puglia non c'è uno strumento del genere.
Le leggi di entrambe le regioni permettono ora di giungere ad un distretto interregionale e su quello si sta lavorando. Sono da superare altri limiti strutturali, come la mancanza ad esempio di un unico centro acquisti o di un centro export, carenze che limitano la competitività del settore. Pesanti anche i limiti infrastrutturali.
I Comuni si sono riuniti in consigli allargati e monotematici, sono stati fatti ordini del giorno congiunti. Le due Regioni hanno preso a cuore la questione. Il grido di allarme è comune, da parte delle istituzioni e di chi sul campo vive le difficoltà: «Siamo in una situazione che è come quella di Malpensa per numero di posti di lavoro persi o che nel nostro caso sono già persi ma non c'è a livello nazionale la stessa attenzione», è
l'amara constatazione. Oggettivamente, non c'è nemmeno una forza politica come la Lega Nord in grado di calamitare l'attenzione come avviene appunto per l'hub milanese.
Tuttavia la mobilitazione unitaria sta iniziando a farsi sentire e anche in Parlamento la questione inizia ad arrivare con interpellanze e richieste di intervento. I tempi stringono perché a giugno scadono gli ammortizzatori sociali per 1300 persone che rischiano di non essere assorbiti e di diventare un "esubero strutturale". E la prospettiva è la mobilità, cioè il licenziamento senza l'integrazione del salario.

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