E' stata dura, finora, la vita per Linkon, nato il 12 ottobre 1970. «Mio padre - racconta - era originario del Pakistan orientale e militare dell'esercito pakistano. Nel 1971 egli prestava servizio nella parte ovest del Paese; provò a raggiungere il movimento di liberazione della parte orientale, ma fu catturato ed ucciso». Alcuni giorni dopo, la madre, Begum Rabbia, gli fu portata via, per sempre, dai militari. Linkon, persi i genitori e senza che nessuno abbia mai chiesto per lui, dopo la guerra civile del 1971, la cittadinanza del Pakistan o del Bangladesh, fu allevato in Pakistan da una signora, governante nella casa paterna, che morì nel 1986. Il ragazzo tentò di ritornare in Bangladesh, ma fu respinto dall'ambasciata di quel Paese, che non accolse la sua richiesta di diritto di cittadinanza, essendo trascorso molto tempo dalla guerra di liberazione. Continuò allora a vivere da clandestino in Pakistan, subendo spesso - dice - le violenze e le persecuzioni della polizia, che lo arrestò ripetutamente. Nel 1993, con una sbarra metallica - racconta - un agente gli procurò una lesione alla mano destra, a causa della quale Linkon ha l'immobilità permanente del quarto e del quinto dito. Nel novembre dello stesso anno fuggì a piedi in Turchia e giunse a Istanbul, dove trovò alloggio in un quartiere degradato e lavoro in un fabbrica di abbigliamento.
I ritmi erano massacranti: 18 ore al giorno, per una paga di 200 dollari al mese, in parte spillatigli - dice - dalla polizia, che presto gli intimò di lasciare la Turchia. Pagò duemila dollari, quasi tutti i suoi risparmi, per imbarcarsi il 23 dicembre 1997, con altri 400 profughi, sulla nave Cometa. Un viaggio nella stiva, con irruzioni di pirati albanesi, i quali, con la minaccia delle armi, pretesero che alcune donne fossero portate a terra, dove le violentarono.
Sbarcato in Puglia, il giovane visse per qualche tempo in un centro di prima accoglienza, poi fu trasferito a Muro Lucano, dove - dice - si è imbattuto nel cuore grande della gente del posto. Mentre i suoi compagni chiesero il riconoscimento della condizione di rifugiati, Linkon chiese che gli fosse riconosciuto lo status di apolide. La decisione favorevole del Tribunale di Potenza, arrivata nel 2000, gli ha dato libertà di movimento: ha prima svolto lavori occasionali, poi, d'estate, ha lavorato in alcuni alberghi in Romagna. Ora, da qualche anno, fa l'operaio per alcune imprese impegnati in scavi archeologici in Basilicata. Vive a Muro Lucano, dove si è perfettamente integrato, ha preso in affitto una casa e ogni mese paga il canone con la puntualità di un orologio svizzero. Da alcuni anni Linkon opera anche per un'associazione di volontariato. Ha ancora un sogno nel cassetto: «Vorrei fare qualcosa di importante - spiega - per aiutare circa quattro milioni di persone che, come è successo a me, vivono in Pakistan e Bangladesh senza alcuna cittadinanza, e, per questo, vittime di soprusi di ogni genere».
Enzo Quaratino













