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Movida all'Umbertino, i dubbi dei gestori sul protocollo: «Controllare chi entra? Non siamo sceriffi»

rosanna volpe

E intanto gli esercenti fanno i conti, con incassi crollati anche del 50% negli ultimi due anni: «La nostra clientela, fatta soprattutto di professionisti, si è stancata del timore continuo di essere fotografata dai balconi dai residenti»

Nell’Umbertino non c’è più spazio per le polemiche. C’è una rassegnazione diffusa tra gli esercenti, che fanno i conti con incassi crollati anche del 50 per cento negli ultimi due anni. Da quando, cioè, si è acceso un conflitto sempre più forte tra residenti e commercianti: tra il diritto al riposo e la voglia di vivere la città, tra vita notturna e sonno. Una contrapposizione alimentata da esposti, video di denuncia sui social, incontri istituzionali e una sequenza di ordinanze che non ha mai davvero chiuso il cerchio.

L’ultimo capitolo si è consumato in Prefettura, dove nei giorni scorsi è stato sottoscritto il «Protocollo d’intesa per la prevenzione delle situazioni di pericolo e per l’ordine e la sicurezza pubblica nei quartieri della città». Un accordo sperimentale, della durata di un anno, che prova a mettere insieme istituzioni, associazioni di categoria e operatori economici, seguendo le linee guida del Ministero dell’Interno per le aree ad alta concentrazione di locali. L’intesa ha incassato il sostegno delle principali sigle di categoria e prevede, tra le altre cose, sistemi di videosorveglianza obbligatori e un codice di autoregolamentazione per gli esercenti. Proprio quest’ultimo punto, però, è quello che continua a far discutere: in particolare l’indicazione di impedire l’ingresso nei locali a persone con armi improprie o sostanze stupefacenti.

«Non siamo sceriffi». La posizione di Roberta Cucciolla (Arcimboldo) è netta. «Ci propongono corsi per imparare a gestire spacciatori o persone armate, ma non è il nostro ruolo. Io faccio la barista, non posso e non voglio imparare a gestire situazioni che non mi appartengono. La sicurezza deve restare una responsabilità delle forze dell’ordine». Nel suo locale, racconta, non si sono mai verificati episodi gravi: «Abbiamo telecamere dentro e fuori, il nostro è un pubblico adulto. Ma il problema è fuori: gente che staziona senza consumare, che porta da bere da casa. E poi piccoli atti di vandalismo. Più sfregi che furti. Il contraccolpo economico, però, è pesante: abbiamo perso metà degli incassi e siamo stati costretti a ridurre il personale. La nostra clientela, fatta soprattutto di professionisti, si è stancata di un clima teso e del timore continuo di essere fotografata dai balconi dove i residenti sono sempre pronti a puntare il dito. Non solo, siamo appesi alle ordinanze, così è impossibile programmare il lavoro».

Sulla stessa linea Michele Maranghino (Comitato gestori Umbertino) che parla apertamente di «spopolamento»: «Da gennaio ad oggi gli incassi sono stati molto bassi. In queste strade abbiamo subìto pressioni continue. Stiamo pagando colpe che non abbiamo. Questa settimana, complice anche il maltempo, non abbiamo nemmeno ordinato le forniture base. Sono stati mesi davvero difficili». Per Maranghino, il problema non è dentro i locali ma all’esterno: «Basta una bottiglia a terra o una foto sui social per scatenare subito accuse e parlare di degrado. Spesso viene costruita una narrazione distorta, in cui i colpevoli sarebbero i gestori. Se fossimo noi a mostrare l’inciviltà che talvolta manifestano anche i residenti del quartiere, se ne potrebbe parlare a lungo. Ma non lo facciamo: siamo legati a questo luogo e non vogliamo trasformarlo in un campo di guerra. Non sarebbe costruttivo».

Poi il tema sicurezza: «Nelle prossime ore discuteremo con l’amministrazione comunale l’aspetto che riguarda armi e droga nei locali. Noi facciamo già la nostra parte, con senso di responsabilità, come farebbe un buon padre di famiglia. Ma non possiamo sostituirci alle forze dell’ordine che, voglio sottolinearlo, svolgono un lavoro straordinario sul territorio. Servono più controlli, perché la sicurezza riguarda anche noi e i nostri dipendenti». E aggiunge una riflessione più ampia: «Vent’anni fa qui non si passeggiava tranquilli. Oggi non lo ricorda nessuno. Sono state proprio le attività, con la loro presenza quotidiana, a rendere questo quartiere vivo e frequentato. Dovremmo essere considerati un presidio di sicurezza, non il problema».

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