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Bari, le cappelle dei clan come strumenti di potere: dopo lo sgombero a Japigia chiusi a chiave anche i luoghi di fede

rosanna volpe

«Negli edifici popolari non può essere installata di propria iniziativa. Quando accade è perché qualcuno ha la forza di imporlo. È anche così che si segna il territorio»

In via Appulo, nel quartiere Japigia, tre piccoli spazi di preghiera sono chiusi a chiave. Su una porta c’è una croce con la scritta in corsivo «Ave Maria». Su un’altra si legge «Cuore di Gesù, spero e confido in te». Poco più in là l’insegna è dedicata a Padre Pio. Sono lì, serrati, dopo lo sgombero avvenuto martedì scorso nell’edificio, dove viveva una famiglia vicina ai clan mafiosi baresi. Piccoli altari domestici trasformati in presìdi simbolici. Non semplici segni di devozione, ma luoghi che raccontano molto del rapporto tra religione e criminalità organizzata nel capoluogo pugliese.

«In questi contesti la religione assume una fortissima valenza simbolica», spiega il criminologo Domenico Mortellaro. «È una forma di autorappresentazione. Si costruisce un immaginario in cui il mondo criminale salda la propria narrazione con quello, apparentemente legittimo, della religione: si pecca, ma poi ci si confessa. È a tutti gli effetti un apparato simbolico che giustifica, racconta e costruisce consenso nei contesti umani in cui si agisce».

Quei piccoli spazi di culto – spesso ricavati in vani tecnici o in locali condominiali – ricordano le statuette o le nicchie votive che un tempo si vedevano negli androni dei palazzi. Segni di devozione collettiva, di partecipazione al quartiere. «Ma c’è una differenza sostanziale: in un condominio privato può nascere spontaneamente una nicchia votiva; negli edifici popolari non può essere installata di propria iniziativa. Quando accade è perché qualcuno ha la forza di imporlo. È anche così che si segna il territorio».

Non è un fenomeno nuovo a Bari. Uno degli episodi più discussi degli ultimi anni è legato alla festa della Candelora, celebrata il 2 febbraio nel quartiere Libertà. Un appuntamento che nel tempo è stato associato a famiglie legate ai clan locali e che ha spesso acceso polemiche. Nel 2020 la manifestazione fu vietata dall’ex sindaco Antonio Decaro, che parlò apertamente di «rito che richiama pratiche e cultura mafiosa». Nonostante il divieto, la celebrazione si fece seppur in forma più ristretta.

Il livello simbolico, nei conflitti tra clan, può diventare anche terreno di scontro. «Lo dimostra – sottolinea il criminologo - la contrapposizione tra le famiglie Busco e Palermiti, maturata nel contesto delle tensioni legate al traffico di droga. In quel caso la statua religiosa è diventata un vessillo simbolico: la sua rimozione serviva a cancellare presenza e ricordo dalle palazzine popolari che prima erano controllate dal gruppo rivale. I Busco, infatti, furono progressivamente cacciati da quelle abitazioni assieme alla statua che ne rappresentava la presenza sul territorio».

Anche altre famiglie criminali hanno costruito negli anni un rapporto identitario con specifiche devozioni. È il caso della venerazione per Santa Rita da Cascia nella famiglia legata a Giuseppe Mercante. Una devozione che, secondo quanto ricostruito, si lega inizialmente a una grave malattia che aveva colpito un congiunto e che si era risolta in modo favorevole. «Nella narrazione familiare quell’evento venne associato all’intercessione della Madonna, dando origine a una forma di devozione poi rimasta nel tempo».

l’immaginario viaggia sui social Medagliette, tatuaggi, crocifissi, statue: l’immaginario religioso è onnipresente. Tutti i clan baresi, in forme diverse, costruiscono un proprio armamentario simbolico: dai monili al collo, fino alla presenza digitale ormai costante sui social, dove ricorrenze religiose, santi e madonne vengono celebrati con post, fotografie e condivisioni. Anche gli anniversari di morte dei congiunti più noti vengono spesso legati a immagini e riferimenti sacri. «Fa parte della mistica criminale», precisa. «Serve a costruire un racconto: quello di persone che si percepiscono come parte della comunità, che proteggono il quartiere, che mantengono un legame con il sacro». Un racconto che affonda le radici nel linguaggio più diffuso e rispettato a livello popolare, quello della partecipazione religiosa. «Che finisce – conclude Mortellaro - per creare un’allusione mai esplicitata, ma chiaramente percepita come un’aura di “grazia” attorno a figure che si presentano come portatrici, tra la gente e nelle strade del quartiere, di una testimonianza religiosa concreta».

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