overtourism

A Bari Vecchia quasi 900 b&b, i residenti storici: «Noi travolti e praticamente sfrattati»

Valentino Sgaramella

Lo spopolamento del centro storico da parte di chi deteniene la memoria storica della città, tradizioni, usi e costumi. «Qui sta venendo meno il dialetto, 240 edicole votive in totale abbandono perché si sono spente le luci della fede popolare»

Si chiama overtourism perché l’inglese attenua ciò che in italiano si chiama turismo selvaggio. Barivecchia è in crisi, stando a ciò che raccontano i residenti. O, meglio, ciò che resta di loro visto che la desertificazione non riguarda solo le attività commerciali. È lo spopolamento della parte antica carica di tradizioni, il nucleo fondante di questa città.

Barivecchiani e operatori all’unisono dicono che il commercio sta morendo. Affermano che sarebbero censiti oltre 800 b&b: dove c’erano abitazioni in affitto oggi ci sono camere per turisti recuperate dallo sfratto dei fittavoli. E qui si apre un’altra storia, perché trovare casa diventa sempre più arduo visto l’aumento degli affitti.

Ma torniamo nella città vecchia dove il turismo sfrenato tiene banco almeno 9 mesi l’anno. Il rischio è anche quello di smarrirne l’anima. Franco Sifanno, storico commerciante: «Hanno aperto centinaia di b&b, hanno svuotato Barivecchia, non ci sono più abitanti, non c’è più il barivecchiano, hanno estrapolato l’anima del centro storico. Non ci sono più le tradizioni non si sentono più i profumi a Natale quando preparavano i dolci. Io ci abito qui e vedo solo turisti». Alcune attività chiudono addirittura in inverno perché aspettano i turisti per poter lavorare. Sifanno prosegue: «Non ci sono bidoni per la spazzatura. I turisti non sanno dove buttare bicchieri e bottiglie. Ormai la movida si riversa nel centro storico, ma qui i turisti fanno vivere solo bar, ristoranti, paninoteche, pizzerie». Sifanno fa un’analisi del turismo da b&b. «Il turista che soggiorna va nei supermercati fa la spesa compra di tutto e di più e mangia nei b&b. Perché la verità è che queste sono le vacanze dei poveri con i soldi contati». Altra nota dolente è la paventata chiusura di alcuni varchi. «Sembra chiuderanno il varco di piazza Massari. Rimarrebbe aperto dalle 9 alle 11 e dalle 16 alle 18 e quindi dovremmo lavorare 4 ore al giorno, noi facciamo tutto all’ingrosso. Se i camion vengono da fuori non posso programmare il loro arrivo perché percorrono Bari e provincia, mica vengono solo da me. È tutto un cronometro. Vogliono darci uno spazio per carico e scarico dalle parti del piazzale dove c’è la banchina. Ma come porti le pedane di liquori, di spumanti? Le strade sono sconnesse».

Michele Fanelli: «Un turismo incontrollato, cresciuto a dismisura in un tempo molto breve perché i residenti riuscissero a organizzarsi. Quello che sta succedendo è inverosimile nel senso che stiamo letteralmente svuotando Barivecchia per dare spazio a strutture ricettive. Non so se sia vero ma corre voce che siano censiti 884 b&b. Tutto questo sta portando a uno spopolamento del centro storico da parte dei residenti originari che detengono la memoria storica della città, tradizioni, usi e costumi. Qui sta venendo meno il dialetto, 240 edicole votive in totale abbandono perché si sono spente le luci della fede popolare». Da Natale a marzo il turismo è scarso ma a partire da Pasqua riprende la stagione alla grande. «Qui siamo diventati una riserva indiana. Barivecchia aveva l’ottanta per cento di palazzi nobiliari dati in affitto, adesso sfrattano anche l’anziana per trasformare tutto in b&b. Chi ha lo sfratto non sa dove andare a morire. Firenze ha bloccato la nascita di ulteriori strutture ricettive. Perché Bari non lo fa?».

Insorge Pasquale Mastrandrea operatore della Croce Rossa: «La città è diventato un immenso cantiere di b&b e ristorazione. Barivecchia adesso è una pizza e birra a cielo aperto. Sta venendo meno il patrimonio culturale, architettonico, storico, archeologico. Mangiano e vanno via. Abbandonano escrementi nei vicoli e dinanzi ai portoni». Nicola Violante: «E poi hanno ucciso i mestieri artigiani del passato. Io avevo un panificio da un anno sono in pensione ma non ce ne sono più. Non si investe sui giovani per invogliarli ad aprire una bottega. La città aveva 120 botteghe artigiane, abbiamo avuto 120 pub e ristoranti».

Maria Magro è titolare di un bar: «Intendono chiudere il pilomat? Non lavoreremo più. Appena chiudono il varco, le auto da qui non passano fatta eccezione per i residenti. La strada è morta. Non possiamo lavorare solo i 3 mesi estivi, in inverno che facciamo?». Giovanni Ladisa invece ha un negozio di articoli idrosanitari: «Il nostro disagio è grande. Arrivano i mezzi per caricare e scaricare e non si tratta di materiale leggero ma molto voluminoso. Sanno che qui si chiude e non stanno venendo più. Si è diffusa la voce che i varchi chiuderanno e la clientela non verrà più. Si pensa a favorire il turismo mentre il commercio muore».

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