Il rumore della contestazione risuona ancora oltre i muri del «San Nicola». Non si ferma con il triplice fischio, non si dissolve con il passare dei minuti. Entra nello spogliatoio, si insinua nei corridoi, accompagna ogni passo fino alla sala stampa. È lì che si materializza il volto più umano e fragile della crisi del Bari, quello di Moreno Longo, chiamato a reggere il peso di una situazione che va ben oltre il risultato di una partita.
Il tecnico si presenta con lo sguardo basso, quasi schiacciato dalla responsabilità. Le parole escono lentamente, come se ogni frase debba attraversare un dolore tangibile prima di prendere forma. Al suo fianco resta immobile e silenzioso Valerio Di Cesare. Non interviene, non interrompe, ma la sua presenza racconta più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. È il simbolo di una società che osserva, che valuta, che prende atto. E forse che comincia a interrogarsi profondamente.
«Della partita c’è poco da dire - attacca Longo - se non scusarsi per la prestazione non in linea con le aspettative». È una resa emotiva prima ancora che tecnica. La squadra non risponde. Non reagisce. Non mostra quella forza che la gravità del momento impone. «Speravo di toccare le corde giuste - continua Longo -. Devi avere la forza di ripartire. Capisco lo scoramento. Molti ci vedono morti. Dobbiamo avere la forza di non mollare». Il tecnico si aggrappa alla matematica come a un ultimo appiglio. «Siamo a due punti dai playout e a quattro dalla salvezza. Finché la matematica non ci condanna, dobbiamo lottare e trovare il modo per risolvere la situazione. Non abbiamo altre strade. Non possiamo fare altrimenti. Io non alzo bandiera bianca. Non è nel mio dna».
È una dichiarazione di resistenza, ma anche una confessione implicita: «Se guardiamo la prestazione è giusto non vedere la luce in fondo al tunnel. Nel calcio ne ho viste di tutti i colori. Non mi spaventa nulla. Ho visto ribaltare anche situazioni impensabili. Dobbiamo perseverare imperterriti per il cambio di rotta». È la voce dell’esperienza che prova a imporsi sul presente. Il riferimento al mercato apre una ferita che non si rimargina. «Condivido, ma parlare ancora di quello che poteva essere può diventare fuorviante. Abbiamo provato con tanti altri giocatori. Alcuni non sono voluti venire. Quello che è stato fatto è stato fatto». Parole che suonano come un’ammissione di limiti strutturali, di un progetto incompiuto: «Siamo i primi a volere cambiare le cose. Da noi è lavoro. Nel secondo tempo di oggi, siamo usciti praticamente dal campo». È la frase più dura, la più sincera. Non è solo una questione di tattica o di qualità. È una resa psicologica. Una squadra che si spegne, che arretra, che smette di credere. «Mi chiedo se il problema sia più tecnico o mentale». È una domanda che resta sospesa, senza risposta. Il dolore, però, non è soltanto sportivo. È umano. «È un dispiacere sapere che i tifosi sono delusi. Mi spiace per la contestazione. Ma dei nostri tifosi abbiamo bisogno. Mi auguro di essere bravo io e i giocatori a riavvicinarli». È il riconoscimento di una frattura profonda tra squadra e città. Una distanza che oggi appare enorme. «Mi fa estremamente male trovarmi in questa situazione. Provo anche un dolore fisico. Non è una passeggiata. Ho una responsabilità enorme. Fa molto male». Sono parole che raccontano la solitudine di un allenatore davanti al fallimento, la consapevolezza di essere il volto più esposto di una crisi complessa. Anche le scelte tecniche finiscono sotto accusa. «Possono anche essere sbagliate, ma c’è sempre un ragionamento dietro». È il tentativo di difendere una logica, un metodo, una visione che oggi il campo continua a mettere in discussione. Ma la sensazione è che il tempo delle parole non basti più.















