il personaggio

Sava, da Bari alla Corte d’appello di Palermo: «A 40 anni dal maxiprocesso, la mafia è viva e usa l’IA»

Marisa Ingrosso

L'intervista alla procuratrice generale, Lia Sava: «C’è l’imprenditore che si rivolge all’estorsore e paga, come se la mafia fosse un costo d’impresa. Questo è drammatico. Sono mafie 2.0 e diverranno 3.0»

10 febbraio 1986 - 10 febbraio 2026, a quarant’anni dall’avvio del maxiprocesso la procuratrice generale della Corte d’Appello di Palermo, la barese Lia Sava, non ha dubbi: i corleonesi sono sconfitti, ma la mafia no, anzi si è evoluta e usa l’IA, l’Intelligenza Artificiale.

Dottoressa Sava si ricorda dov’era e cosa faceva il 10 febbraio del 1986?

«Università degli studi di Bari. Incominciavo a scrivere la tesi, mi sarei laureata il 30 giugno. Mi ricordo che seguivo sul giornale, proprio sulla Gazzetta, i primi articoli su questo processo. Non c’era ancora la percezione di quello che avrebbe significato, ma anche laureandi ci rendevamo conto che era qualcosa che avrebbe lasciato il segno. Era un processo con quasi 500 imputati, per costruire l’aula bunker hanno lavorato per 8 mesi le migliori maestranze... Anche se io ho capito davvero cosa era il “maxi” soltanto anni dopo, quando arrivai a Palermo e incominciai a studiare le carte del processo. Io sono arrivata nel ‘97 e per fare antimafia era necessario studiare le carte del “maxi”, altrimenti non potevi capire, lì c’era l’alfabeto di Cosa Nostra».

Perché?

«Perché prima del maxiprocesso e, quindi, prima di Buscetta e di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, nel pool antimafia, mettono insieme quel “linguaggio”, noi non sapevamo nemmeno che la mafia si chiamava Cosa Nostra, che era divisa in mandamenti, che c’erano le famiglie, che c’era la commissione che prendeva le decisioni. Ha squarciato il velo e non solo in Sicilia, perché la mafia non è mai stata un fatto solo siciliano, ma nazionale e sovranazionale. A riprova di ciò, al “maxi” le imputazioni sono state anche di traffico internazionale di sostanze stupefacenti. Consideri che ci sono state quasi 350 udienze e 35 giorni di camera di consiglio, una cosa che mai si era verificata sino ad allora.

E ricordiamo il coraggio di quei giudici. C’erano Falcone e Borsellino, i giudici istruttori, ma c’era anche il presidente Giordano (Alfonso Giordano accettò di presiedere il maxiprocesso dopo il rifiuto di altri colleghi; quando la Corte si stava per ritirare in camera di consiglio, dalla cella 19, il “papa” Michele Greco, gli disse “io le auguro la pace”; ndr). Non tutti ricordano che Giordano poi diverrà presidente della Corte d’Appello di Lecce. Poi c’era Pietro Grasso che era giovane a latere. Quelle udienze hanno anche segnato delle storie, come il silenzio che cala quando arriva Buscetta e quando parla. Fondamentali anche tutte le condanne per 416 bis e il riconoscimento dell’esistenza della commissione e del “teorema Buscetta” (l’unitarietà gerarchica della mafia; ndr) che Falcone e Borsellino con il loro acume mettono insieme e che consentì di condannare i mandanti di quegli omicidi, non soltanto gli esecutori materiali. E c’è anche un altro passaggio che la gente dimentica…».

Quale?

«Quando il “maxi” diventa definitivo, nel gennaio 1992, è un momento fondamentale anche perché Totò Riina diceva ai suoi: “Se perdiamo al maxiprocesso, cade la condizione sospensiva che aveva impedito l’esecuzione della deliberazione di morte di Falcone e Borsellino”. Quando loro perdono il maxiprocesso anche in Cassazione, si scatenano le stragi (questo è stato scritto nelle sentenze della strage di Via D’Amelio). Dal “maxi” sono venute tante cose, anche i primi tentativi di microfilmatura delle pagine del processo, cioè anche a livello di informatizzazione è stato il primo tentativo di superare i limiti che c’erano».

Ho letto su «Antimafiaduemila» che, a gennaio, in occasione di un convegno dell’Anm dedicato ai giudici Rocco Chinnici e Borsellino, lei avrebbe detto: «Guardate che Cosa nostra non è sconfitta, attenzione, perché qui rischiamo di finire come negli anni ‘70 e ‘80 quando si diceva che Cosa Nostra non esisteva, mentre esiste, è forte, e dobbiamo stare molto attenti».

«Questo è il mio pensiero».

Il maxiprocesso allora è stato inutile?

«No, è stato fondamentale. Ma è stato l’inizio di un percorso che non è finito. Prima non sapevamo neppure che Cosa Nostra si chiamasse così. Adesso noi sappiamo. E lo Stato ha debellato i corleonesi, con la cattura di Messina Denaro il conto si è chiuso, ma la mafia non è solo i corleonesi, la mafia esiste da 170 anni più o meno e si adatta. Quello che io ripeto ed è il mio mantra, la mia preoccupazione, è che la mafia si è evoluta, è fluida, assume tutte le forme e ammazza solo al bisogno, perché ha capito che non giova agli affari. Io temo che la gente possa pensare che, sconfitti i corleonesi, sia stata sconfitta la mafia, ma non è così. Le mafie sono fortissime. E, del resto, basta guardare allo spaccio di sostanze stupefacenti che è l’epifenomeno del traffico internazionale di droghe, per realizzare il quale utilizzano il dark web, le cripto valute e l’Intelligenza artificiale».

In che senso?

«Li integrano per commettere reati. Le grandi organizzazioni fanno affari a livello transnazionale e nel solo bacino del Mediterraneo esistono più di 3.600 organizzazioni criminali dedite a grandi traffici e fanno cartello. Ecco perché dico “attenzione, le mafie sono fortissime”. E, infatti, le estorsioni sono ancora a tappeto. Abbiamo addirittura verificato che, oltre al mafioso che chiede il pizzo, c’è l’imprenditore/commerciante che si rivolge all’estorsore e paga, come se la mafia fosse un costo d’impresa. Questo è drammatico. Sono mafie 2.0 e diverranno 3.0 se non stiamo attenti a tre cose».

Quali?

«Uno: dobbiamo potenziare la cooperazione internazionale, perché solo così riusciamo a colpire il crimine organizzato transnazionale. Due: è essenziale investire in tecnologie e potenziare i nostri strumenti, per stargli al passo. Tre: è necessario il salto etico, che è consapevolezza, non chiudere gli occhi davanti alla realtà delle cose, ma chiamarle col loro nome. I nostri eroi, Chinnici, Falcone, Borsellino, noi li onoriamo non solo ricordandoli, ma capendo che la battaglia non è finita».

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