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In Puglia e Basilicata

LA TRAGEDIA IN MARE

Rimorchiatore affondato a Bari: «Se avessero avuto i giubbotti certamente si sarebbero salvati»

«Se avessero avuto i giubbotti certamente si sarebbero salvati»

Il rimorchiatore affondato a largo di Bari.jpg

Il rimorchiatore affondato nelle acque di Bari, il racconto degli operai sul pontone: «Forse problema tecnico»

21 Maggio 2022

Giovanni Longo

BARI - Mancano 10 minuti alle 16 di un caldo pomeriggio praticamente di inizio estate. Onorio Olivi, da oltre 20 anni tecnico sui pontoni, esce dagli uffici della Capitaneria di porto di Bari. Dopo aver trascorso ore alla deriva dopo quel maledetto mercoledì sera, insieme agli altri 10 superstiti, è arrivato nel porto di Bari. A trainare il loro pontone, il rimorchiatore Paul.
Dopo avere risposto alle domande dei militari della Capitaneria di porto che stanno facendo luce su ciò che è accaduto, si guarda intorno ancora spaventato. Gli occhi sono lucidi, pensa e ripensa ai suoi «fratelli» come li chiama più volte. Dal pontone AD3 ha visto morire chi era a bordo del rimorchiatore Franco P. inabissatosi così rapidamente. «Si è spaccato il cuore, ma non abbiamo potuto fare niente», ricorda Onorio. «È successo all’improvviso, in 20-25 minuti». Sino a quel momento è stata una navigazione tranquilla, come ne ha fatte tante nella sua vita da uomo di mare. Tutto cambia in pochi minuti. «Abbiamo visto la barca che imbarcava acqua e non c’è stato niente da fare, non c’è stato il tempo di poterli aiutare», spiega. Questo è il suo grande rammarico. Cosa sia accaduto, resta un mistero. Sì, è vero, le condizioni del mare erano «quelle che erano», ma a suo parere «non c’entrano niente» con l’affondamento.

E allora? «Probabilmente c’è stato un inconveniente tecnico». Una via d’acqua è l’ipotesi più probabile, difficile dire cosa l’abbia causata. «Noi abbiamo fatto tutto quello che potevamo, abbiamo messo anche un gommone in acqua rischiando la vita, lo abbiamo fatto perché lì c’erano i nostri fratelli, ma non è servito. Il senso di impotenza ci distrugge perché sei lì e non puoi fare niente». Commuovendosi, aggiunge: «Li sentivo come più che fratelli perché la vita del mare, chi la fa lo sa, si affronta insieme. Il momento è terribile. Abbiamo vissuto e lavorato insieme vent’anni. Adesso - continua - pensiamo solo al dolore delle famiglie, a chi non c’è più, padri di famiglia, nonni, genitori, uno avrebbe dovuto partecipare al matrimonio della figlia (Mauro Mongelli, il marinaio molfettese che risulta fra i dispersi, ndr), pensiamo a mogli e figli che ora hanno bisogno di conforto e poi alle colpe si penserà».

A dare un particolare in più è Carmelo Sciascia, il comandante del pontone AD3. «Il rimorchiatore ha imbarcato acqua in modo tanto rapido che non ce l’ha fatta a mantenere la linea di galleggiamento ed è andato giù a picco». Cedimento strutturale, un contatto con il pontone stesso? Difficile dirlo. «Ho visto tutto e niente. Ho detto io di buttarsi in acqua, ma i ragazzi non ce l’hanno fatta e sono andati giù», ha detto. Anche secondo il comandante le condizioni meteo c’entrano fino a un certo punto. Sciascia dice di non avere visto il comandante del rimorchiatore affondato, l’unico superstite che ora è in terapia intensiva nell’ospedale Di Venere di Bari per un problema cardiologico. «È stato recuperato da una nave che ho chiamato io, è stato individuato grazie alla lucetta del giubbotto che si illumina quando entra in contato con l’acqua. Se i marittimi avessero indossato i giubbotti, si sarebbero salvati». Il fatto che non ci siano riusciti, induce Sciascia a supporre che il tutto sia avvenuto molto rapidamente «e adesso bisogna capire il perché». Drammatica la conclusione: «Abbiamo visto che il traghetto andava giù e abbiamo affrontato l’emergenza. In 20-25 minuti l’abbiamo visto affondare».

Intanto, nell’istituto di Medicina Legale dell’Università degli Studi di Bari si è completato il triste rito del riconoscimento delle tre salme giunte giovedì. Un dramma nel dramma se pensiamo che al molo San Cataldo, la pre-identificazione è stata effettuata dal figlio di uno dei due dispersi pugliesi. Era stato chiamato per riconoscere il genitore e non l’ha trovato. Davvero difficile capire cosa è peggio, se il dolore davanti al cadavere di un genitore oppure la quasi certezza, sapendolo disperso, di non poterlo più abbracciare per un’ultima volta.

PROSEGUONO LE RICERCHE DEI DISPERSI

Terzo giorno di ricerche al largo delle coste pugliesi dei due marinai dispersi nell’affondamento del rimorchiatore Franco P., avvenuto mercoledì sera a circa 50 miglia dalla costa di Bari, in acque internazionali. Nel naufragio, su cui indaga la Procura di Bari con la Capitaneria di Porto, sono morti tre componenti dell’equipaggio, il 65enne Luciano Bigoni e il 58enne Andrea Massimo Loi, entrambi di Ancona, e il 63enne di origini tunisine e residente a Pescara Jelali Ahmed. Sui due ancora dispersi, i due marittimi pugliesi, entrambi di Molfetta (Bari), Mauro Mongelli di 59 anni e Sergio Bufo di 60 anni, la Guardia Costiera di Bari, con il supporto di unità aeree e motovedette di altre forze militari e delle autorità croate, ha esteso l’area di ricerca spingendosi più a sud. Unico superstite tra coloro che erano a bordo della imbarcazione affondata, al momento, è il comandante, il 63enne Giuseppe Petralia, ricoverato in ospedale a Bari.
Proseguono, intanto, le indagini coordinate dalla pm Luisiana Di Vittorio. Ieri è arrivato nel porto di Bari il pontone che era agganciato al rimorchiatore al momento dell’affondamento e dal quale è stato lanciato l’allarme. Le undici persone che erano a bordo, testimoni oculari del naufragio, sono state sentite per tutto il giorno degli uffici della Capitaneria di Porto. Il pontone è stato sottoposto a sequestro probatorio e nel fascicolo d’inchiesta, con le ipotesi di reato di cooperazione colposa in naufragio e omicidio colposo plurimo, sono indagati il comandante Petralia e l’armatore Antonio Santini, legale rappresentante della società Ilma di Ancona proprietaria del rimorchiatore e del pontone. Nei prossimi giorni la Procura valuterà se disporre l’autopsia sui corpi delle tre vittime accertate e disporrà gli accertamenti tecnici sul pontone.

COMANDANTE SUPERSTITE ANCORA IN CARCERE

Il comandante del rimorchiatore affondato il 18 maggio al largo delle coste baresi, il 63enne catanese Giuseppe Petralia, unico sopravvissuto al naufragio, è in condizioni cliniche stazionarie, ricoverato nell’ospedale Di Venere di Bari. A quanto si apprende da fonti sanitarie, è ancora in osservazione in terapia intensiva per l’aumento dei valori di enzimi cardiaci, indici di flogosi e di funzionalità renale. Tali parametri sono comunque in graduale miglioramento. Per il grande stress psico-fisico subito, è in condizioni psicologiche ancora deteriorate. Non è, allo stato attuale, in pericolo di vita. Quando le sue condizioni di salute lo consentiranno, gli uomini della Capitaneria di porto di Bari, su delega della Procura, potrebbero interrogarlo. 

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