Giovedì 25 Aprile 2019 | 02:30

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Pene comprese tra i 21 anni e i 10 mesi di reclusione

Tribunale, toga

BARI - Il Tribunale di Bari ha condannato a pene comprese tra i 21 anni e i dieci mesi di reclusione i dieci presunti componenti di un’organizzazione criminale accusata di gestire il traffico e lo spaccio di droga a Conversano (Bari). A capo dell’organizzazione c'erano - secondo quanto accertato - il boss Nicola Antonio La Selva (condannato a 21 anni) e sua moglie Sandra Pagnini (condannata a 10 anni e 4 mesi), reggente del clan quando il marito era detenuto del quale riportava ai sodali gli ordini dal carcere. Il figlio della coppia, Gianluca La Selva (condannato a 8 anni e 6 mesi), era incaricato di gestire gli spacciatori e organizzare eventuali ritorsioni e minacce in caso di ordini non rispettati. Gli imputati sono stati ritenuti colpevoli di associazione per delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, mentre sono stati assolti «perché il fatto non sussiste» dall’accusa di aver tentato di influenzare competizioni elettorali e di aver minacciato forze dell’ordine e politici.

Stando alle indagini dei Carabinieri, coordinate dal procuratore aggiunto di Bari Roberto Rossi, la famiglia La Selva aveva allestito in città una vera e propria centrale dello spaccio dotata di telefonini dedicati al commercio della droga, ciclomotori per il trasporto, basi logistiche, depositi e un laboratorio per il taglio della cocaina. Agli imputati, ritenuto vicini al clan Strisciuglio di Bari, si contestava anche il reato di associazione per delinquere armata che avrebbe compiuto attentati incendiari nei confronti dei componenti di forze dell’ordine al fine di assicurarsi l’impunità, avrebbe usato la violenza e la minaccia pubblicamente nella piazza principale del paese per creare un clima intimidatorio nei confronti di esponenti della politica locale, con l’obiettivo di acquisire il controllo di attività economiche, di concessioni, autorizzazioni, appalti e servizi pubblici, nonché di ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a sé o ad altri azioni di consultazioni elettorali. I giudici hanno ritenuto questa accusa insussistente, assolvendo tutti gli imputati che ne rispondevano.

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