Martedì 26 Marzo 2019 | 23:18

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L’Italia si accartoccia su se stessa mentre le classi politiche che si avvicendano si accapigliano su responsabilità passate, presenti e future. Oltre che un’immane tragedia, il crollo del viadotto a Genova è l’ennesimo terribile emblema di un Paese da anni in confusione senza che si riesca a intravedere una pur lontana luce.

Un tempo le nostre autostrade erano un vanto di quell’Italia uscita distrutta e lacerata dal dopoguerra ma capace di ripartire e affiancarsi ai grandi Paesi del Pianeta. Autostrade costruite in tempi veloci, moderne, capaci di mettere in collegamento un’Italia tanto diversa da Nord a Sud ma che agganciava la ripresa di tutto il resto del Vecchio Continente, pur con le grandi migrazioni interne e quelle verso gli altri Paesi, d’Europa e non solo.

L’italiano medio che andava in vacanza solcando quelle autostrade con le minuscole Fiat 500 e 600 era l’immagine di un Paese, ancora semplice, ma che sembrava acchiappare la felicità.

Tutto però sembra essersi fermato a quegli anni, i Cinquanta e i Sessanta. Anche la rete autostradale che, da allora, ha fatto pochi passi in avanti, sia come estensione che come servizi. Eppure le autostrade italiane sono a pagamento, carissime: ormai si spende più per il pedaggio che per il carburante, fra l’altro sempre fra i più costosi d’Europa. Nel frattempo, le autostrade pubbliche, costruite con i soldi dei contribuenti, sono state affidate in concessione. È il grande business delle «tariffe», quello a cui mirano tutti i potentati economici. In parole povere, alcune società gestiscono le autostrade garantendo in cambio manutenzione, servizi e migliorie.

Al momento non è possibile sapere come sono andate le cose a Genova, ammesso che si riuscirà mai davvero a saperlo. Molti affermano che quel viadotto era da sempre un problema e che veniva costantemente controllato perché considerato a rischio. La Società autostrade smentisce e parla di controlli di sicurezza che escludevano qualunque pericolo. Non tocca a noi fare i processi, se mai ce ne saranno. Di sicuro ogni utente delle autostrade può testimoniare che ben poche delle criticità della rete vengono risolte, a cominciare dal banalissimo manto bituminoso spesso inadeguato. Quello stesso utente è perciò legittimato a chiedersi dove vadano gli immensi profitti dei concessionari che, dal canto loro, hanno ovviamente risposte pronte e bilanci chiarificatori.

L’uomo della strada però si fa domande semplici e chiede risposte altrettanto semplici. Non solo ovviamente a proposito di autostrade. E, mal comune nessun gaudio, non si accontenta di sapere e verificare che anche le strade non date in concessione versano in condizioni precarie. Come pure si chiede inutilmente perché gli ospedali funzionino sempre peggio, perché avere a che fare con un ufficio pubblico richieda una pazienza degna di Giobbe. L’uomo della strada vorrebbe ritirarsi la sera a casa senza temere di essere aggredito e rapinato. Vorrebbe che la propria città fosse pulita e non un immondezzaio nauseabondo. Vorrebbe che ci fossero parcheggi dove lasciare l’auto o, addirittura, mezzi pubblici efficienti, puliti e puntuali. Invece non trova nulla di tutto questo e vede, dopo ogni tragedia, anche la più evitabile, come forse quella di Genova, un profluvio di parole vuote, rassicurazioni più offensive che patetiche. L’uomo della strada vede pubbliche manifestazioni di dolore che sanno di posticcio e, soprattutto, vede una guerra di tutti contro tutti, nonostante lo sbandierato e stanco appello «a riunirsi nel momento del dolore perché non è l’ora delle polemiche».

Parole sempre più insopportabili per chi quotidianamente deve confrontarsi con l’inefficienza, l’inettitudine e la tracotanza. Parole ancora più intollerabili per chi deve piangere un congiunto o un amico, vittima sacrificale delle mancanze di qualcuno. Perché un viadotto non si accascia su stesso senza una ragione. Questo possiamo dirlo con certezza pur non essendo tecnici. Qualcosa che non andava c’era di sicuro. Come in quasi tutte le sciagure di questa nostra povera Italia. Tradita come sempre, ma costantemente senza colpevoli riconosciuti.
Antonio Biasi

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