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Bari, il primo
maxiprocesso
datato 1891

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MANLIO TRIGGIANI

Il primo maxiprocesso alla criminalità organizzata della storia, che vide sul banco degli imputati componenti di un’unica organizzazione malavitosa che rispettavano gerarchie, regolamenti e gerghi, non fu il processo Cuocolo alla camorra napoletana, fra il 1911 e il 1912, come si è a lungo creduto, ma quello «alla malavita», a Bari, nel 1891.
Per la prima volta, anziché perseguire i singoli reati commessi dai criminali, questore e prefetto decisero di perseguitare l’associazione criminale. Una lettura del fenomeno approvata anche dai magistrati, Domenico Mannacio, allora presidente del Tribunale di Bari e da Francesco Fino, procuratore del re. Il 5 aprile del 1891, un importante giornale satirico barese, Don Ficcanaso, decise di occuparsi del processo seguendo tutti i dibattimenti. Al termine, il direttore, Biagio Grimaldi, pubblicò un libretto che conteneva tutte le puntate di quella vicenda.

Ora, una casa editrice barese, la LB edizioni, specializzata in riproduzione di libri e documenti del passato, ha riedito il volumetto (Il processo del 1891 alla malavita barese, LB ed., pagg. 139, euro 10) sul processo che coinvolse 179 imputati, 23 avvocati, 900 testimoni, 200 carabinieri e due compagnie dell’Esercito. Un libro presentato nella libreria Barium di Bari con un altro libretto scritto dall’avvocato e giornalista di fine Ottocento, Nicola Ragni Caporizzi (Picciuotto e camorrista, LB ed., pagg. 67, euro 6,00) l’anno dopo il maxiprocesso. È un dramma teatrale ambientato fra porto, bassifondi e osterie, che tratteggia scene della malavita barese. Fu rappresentato nel teatro Piccinni.

Il maxiprocesso si tenne nello stabilimento Iannopulo, in vico Madonna dell’Arco (oggi via Villari). Il direttore del Don Ficcanaso spiegò: la malavita spadroneggiava a Bari e la polizia spesso era impotente. Ma in Questura capirono che la criminalità aveva «profonde radici: s’è formata una setta che ha un capo, uno statuto, un giuramento di rito e naturalmente un luogo di riunione». Infatti questa organizzazione barese aveva mutuato tutto dalla camorra napoletana (gerarchie, significato dei tatuaggi, ripartizione dei proventi, doveri degli associati, ecc.) fra il 1883 e il 1884, quando cinque malavitosi baresi furono affiliati in carcere alla «società riformata» da alcuni camorristi napoletani. Che fare? Sabino Coccolino, vicino agli ambienti della malavita e confidente della polizia, confermò la teoria del questore. Così, nella notte del 23 settembre del 1890, scattò una maxiretata: furono arrestate 179 persone. Sei mesi dopo cominciò il processo nell’aula bunker che si concluse dopo due mesi.

Il cronista del Don Ficcanaso usava un linguaggio laconico, pur inserendo scene di colore sull’atteggiamento degli avvocati, delle donne che assistevano al processo. I criminali risposero, in solido, di stupri e rapine, risse e furti, omicidi, estorsioni e sfruttamento della prostituzione. Due imputati morirono in carcere (la sede era nel castello svevo), quattro assolti e gli altri condannati. Ma alla fine il direttore Biagio Grimaldi, si dichiarò «innocentista», quasi giustificando alcune situazioni, dicendo che «l’associazione non esiste». Un passo indietro che si vedrà altre volte nella storia criminale italiana.

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