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il commento

Il Nobel dei paradossi
Bob Dylan somiglia
a Donald Trump

Bob Dylan

di OSCAR IARUSSI

Tutti contro Bob Dylan che il 10 dicembre non sarà a Stoccolma per ritirare il Nobel della Letteratura. «Altri impegni mi impediranno di venire», ha scritto il celebre cantautore statunitense all’Accademia che lo scorso 13 ottobre gli ha assegnato il prestigioso premio. Cruciale - e subito molto discussa - la motivazione che riconosce a Dylan il merito di aver creato «una nuova poetica espressiva all'interno della grande tradizione canora americana».
Il web pullula di ironie e insulti. «Ah Bob, ma falla finita... Qual è l’impegno più importante di un mondo accademico per eccellenza che ti porta a non rispondere per settimane e alla fine a chiudere con “Ci ho un altro impegno”?», commenta caustico Carlo Verdone. E «in rete» si scherza sul «possibile» appuntamento alternativo che gli impedirebbe di andare in Svezia: assemblea condominiale, visita di controllo dal dentista o che diavolo mai?

Non pochi assumono la beffarda letterina di Dylan a mo’ di conferma a posteriori dell’errore che l’Accademia di Svezia avrebbe commesso, preferendolo a scrittori ben più titolati. Un autore per tutti? Philip Roth che «attende» il Nobel da almeno tre lustri.
Ma lasciamo perdere Dylan e proviamo a ribaltare il punto di vista, adottando quello di Stoccolma. Il «comitato dei saggi» che assegna il prezioso riconoscimento, oltretutto dotato di un assegno di circa 830mila euro, da un bel pezzo è nel mirino di critiche talora molto graffianti. A decidere - si è scritto - è un gruppetto di «professori anziani e comunistoidi», un po’ burloni, ovvero in preda alla voglia infantile/senile di farla grossa. Sicché molti dei Nobel letterari sarebbero sconosciuti ai più, cioè in Italia, dove tendiamo a trascurare il resto del mondo: il cinese Gao Xingjian (2000), lo svedese Tomas Tranströmer (2011), e la bielorussa Svetlana Aleksievic (2015). Di contro, alcuni nomi incoronati col massimo alloro sono considerati corrivi con il mercato, ovvero pop, come il francese Jean-Marie Gustave Le Clézio (2008) o, per altri versi, Dario Fo nel 1998, ultimo Nobel italiano. E naturalmente Bob Dylan.

Per chi sia interessato, v’è una saggistica di pregio sui lavori e sul complesso meccanismo decisionale dell’Accademia, a partire dalle candidature. Per esempio una ricerca di Enrico Tiozzo, La Letteratura italiana e il Premio Nobel, edita da Leo S. Olschki nel 2009, passa al setaccio la storia critica e i documenti cui si può ottenere accesso soltanto dopo mezzo secolo, al pari degli archivi dei ministeri della Difesa (ne uccide più la penna che la spada...).
Ma a colpire davvero sono l’aplomb, l’autocontrollo e il disincanto dell’Accademia. All’ennesimo sgarbo di Dylan, il quale a lungo si è negato al telefono pur facendo trapelare di essere onorato, da Stoccolma hanno replicato in maniera serafica. Non può venire? «È inconsueto, ma non eccezionale». Infatti Harold Pinter, Elfriede Jelinek e Doris Lessing non si presentarono alla cerimonia per motivi di salute, mentre Jean-Paul Sartre e Boris Pasternak rifiutarono il Nobel. Invero, l’autore del Dottor Zivago cedette alle pressioni del Kgb che non gli avrebbe consentito di rientrare a Mosca. L’Accademia precisa: «Il Premio appartiene a Dylan, purché faccia la tradizionale Nobel Lecture», quindi il discorso di accettazione, «entro sei mesi dal 6 dicembre, non necessariamente in Svezia, ma ovunque nel mondo».

Ecco, questa è una vera élite. Si parla tanto delle élites e della rivolta mondiale contro di loro da parte dei popoli aizzati dal populismo dei politici, da ultimo nell’America del vittorioso Trump. Bene, le persone «più colte e autorevoli in un determinato gruppo sociale, dotate quindi di maggiore prestigio» - secondo una classica definizione sociologica - non recedono dai loro propositi, anche perché non hanno il problema del consenso tipico della politica. A Stoccolma per oltre un decennio presero in seria considerazione la possibilità di attribuire il Nobel al poeta lucano Albino Pierro (1916-1995), che componeva liriche nella lingua di Tursi, anzi della Rabatana, l’arcaico rione del suo paese natale in provincia di Matera.
Volete che si scompongano per Dylan? Finora nessun pentimento o recriminazione: che faccia un po’ quel che gli pare... «Il Nobel è suo» nonostante le bizze, le paturnie e le sospette irrisioni verso l’élite dei letterati che lo ha premiato. Un atteggiamento, il tiremmolla di Dylan, che paradossalmente avvicina un campione dell’«altra America» a Donald Trump.

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