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Curato dal giornalista Michele De Feudis: dagli scritti dalla rivista L'Universale emerge la figura di un personaggio leggendario

Il maestro di Montanelli riposa a Bari: ecco il libro su Berto Ricci

A Bari, nella periferia della periferia del quartiere Japigia, sta un luogo basso e vasto tanto da poter accogliere le anime grandi di quelli che furono eroi. È fatto tutto di bianco e di verde, sembra non avere confini, come i cicli che si rincorrono nella vita, quanto l’amore di patria, sentimento che oggi il pensiero unico del conformismo (vuol dire: mediocrità intrinseca) ci fa risuonare come bestemmia. Proprio qua, sul Sacrario Militare dei Caduti Oltremare, nella culla di questo silenzio, tra i cannoni che scrutano il cielo a tiro diretto, riposa ciò che resta di Roberto Ricci, detto Berto, fiorentino, volontario caduto in Libia nella Seconda Guerra. Cioè il precoce creatore de L’Universale, rivista eretica e spietatamente critica verso il regime ducesco al quale pure voleva un gran bene. Cioè l’indimenticato, venerato fino alla morte maestro ed esempio di vita di Indro Montanelli. Un fascista che più puro non c’è.


Ce ne porta una testimonianza ricca Michele De Feudis, che ha curato per Oaks editrice il volume L’Universale – Contributi per un’atmosfera, affrontando la titanica impresa di raccontare quest’uomo, comprese incidenze eventuali nel nostro tempo, ai prodotti umani più deprivati di facoltà percettive nell’ingolfarsi di social e informazione web: i «millenial».
De Feudis, presentando quest’antologia suddivisa da Diano Brocchi dopo la scomparsa di Ricci, presenta il principio di italianità universale interclassista come lente di lettura del globalismo incontrovertibile. Offre ai millenial un ponte tra la brevità degli scritti dell’Universale e la sintesi della comunicazione digitale. Il desiderio di deviare il mondo gridando, perlomeno, un «ni». Ma resta il problema che l’idealismo, del quale bruciava vivo Berto Ricci, era una fiamma difficile da condividere già per i seguaci in tempi in cui infuriavano i miti di guerra e la donazione di sé. Tanto che Montanelli, ormai vecchio, prosciugato come un ramo secco, sentendo avvicinarsi l’ora ricordava i tempi dell’Universale come unici, irripetibili, vivi. E, in età matura, decenni addietro, scriveva: «Nessuno di noi la strada della ribellione la batté come voleva Ricci. So benissimo che di bandiere non posso averne altre e l’unica che seguiterà a sventolare sulla mia vita è quella che disertai, prima che cadesse».
Poeta armato, matematico, scrittore, giornalista, polemista, Ricci nacque, come registrato in scheda statistica 192.169 custodita nel tempio bellico barese, da Arturo il 21 maggio 1905. Il 2 febbraio del ’41 fu tra i primi a cadere sotto il piombo dell’aviazione inglese, dopo aver schiumato presso i massimi vertici, da Pavolini a Mussolini stesso, per venire spedito nella prima linea della tempesta. Grado 108, tenente, corpo 26, Reggimento Artiglieria Divisione Fanti. È finito a piè dell’ultima fila del colonnato cadaverico del Sacrario, entrando a destra, sezione «Africa Settentr», dopo una permanenza in quello italiano di Tripoli. La sua tomba fu scoperta negli anni Ottanta dallo studioso Alessandro Barbera. E il 10 dicembre 1988, Beppe Niccolai, volontario come lui, presenza ispida nella destra missina, giunto per una conferenza, volle rendergli un «aristocratico arrivederci». Accompagnato dall’ei fu Pino Tosca, figura carismatica dell’area radicale pugliese, fissò la lapide intensamente lasciando piovere una preghiera ammutolita sulla testa di Berto.


L’Universale, quindicinale edito dal gennaio 1931 all’agosto 1935, si prefiggeva una meta fattiva: «Inserirsi nella vita italiana ed incidervi», come nota Montanelli nella prefazione a Lo scrittore italiano, una delle perle del «solo maestro di carattere che abbia avuto». Il giovane Ricci irregimentò, con intellettualismo denso e cultura sconfinata, un manipolo di penne incendiarie, da Roberrto Pavese al Brocchi, Romano Bilenchi, Adriano Ghiron, Ottone Rosai, Camillo Pellizzi, Indro Montanelli. Alla ricerca dell’essenza di Dante, per una morale alta del padre impero, ma attraverso una socialità interclassista, povertà e cameratismo dei beni, in un turbinio idealistico che incantò il Duce, anche quando preso di mira indirettamente. Il filtro anarcoide che, per volontà di purezza, sognava un Ventennio che non è esistito, tratteneva i resti spuri di parate impennacchiate e ridicole, di capetti sleali del regime, di riti militari senza fede, della corruzione se c’era, della professione fascista per carrierismo, se la coglieva, e sbattendoli universalmente su carta, al ludibrio.
Un po’ come fecero, per altri versi, ma a posteriori - bella forza - gli antifascisti di maniera, gli «intellettuali degli attici» omaggiati dalla borghesia speculatrice, i guerriglieri da salottificio di sinistra. E così via.

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