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Gli affetti speciali del corriere

«The mule» di Eastwood: Clint dai fiori alla droga mito in viaggio

Il film è basato sulla storia vera di Leo Sharp, un veterano della seconda guerra mondiale che negli anni ottanta divenne uno spacciatore di droga e corriere per il cartello di Sinaloa

«The mule» di Eastwood: Clint dai fiori alla droga mito in viaggio

«Sono stato un pessimo padre, un pessimo marito. Pensavo fosse più importante essere qualcuno da un’altra parte, invece del fallimento che ero a casa mia». Earl Stone ha il fisico asciutto e l’età avanzata di Clint Eastwood, che il prossimo 31 maggio compirà 89 anni, sebbene la vicenda sia un po’ retrodatata, visto che comincia a Peoria, Illinois, nel 2005.
Il protagonista è un floricoltore dedito da sempre al suo lavoro e in particolare a una specie di giglio che vive soltanto un giorno (metafora in agguato?), a scapito della famiglia: la moglie lontana e ormai disillusa (la magnifica Dianne Wiest), la figlia di cui riesce a disertare persino il matrimonio (interpretata proprio da Alison Eastwood), e ora la nipote Ginny (Taissa Farmiga). Da un po’ il lupo solitario, pur sempre seduttivo nei convegni botanici dei quali frequenta soprattutto il bar, è nei guai economicamente. Gli hanno pignorato la casa, giacché le vendite online hanno stravolto le regole tradizionali del commercio dei fiori: «Internet, a chi serve?».

Sennonché Earl Stone, quasi per caso, entra in contatto con una gang di narcotrafficanti. I giovanotti messicani pensano bene di sfruttare la passione del Nostro per la guida e la sua condotta irreprensibile lungo le strade degli States: «Mai presa una multa in tanti anni», si vanta. L’arzillo e disincantato vecchietto diventa dunque un corriere della droga, anzi, il corriere (The Mule). È vincente la sua imperturbabile perizia nel risolvere gli imprevisti, cui corrisponde un’impavida calma di fronte alle minacce a mano armata del criminale di turno, giacché, ricorda lo stesso Earl, lui ha fatto la guerra. E lì, scherzando ma non troppo, ti chiedi quale conflitto fosse. La Corea? La Seconda guerra mondiale? O, per assurdo, una delle guerre indiane con il generale Custer...

I viaggi verso il Messico per la consegna dei panetti di coca si susseguono a ritmo crescente e i compensi vengono talora investiti in opere di bene, finché non compare sulla scena un tenace agente speciale: Bradley Cooper, che era in American Sniper di Eastwood nel 2014, e sta vivendo una stagione d’oro dopo il successo di A Star is Born. Il segugio antidroga non molla la presa e The Mule si arricchisce di situazioni tipiche da gangster movie, per esempio nella tenuta di un boss (Andy Garcia) affollata di belle fanciulle seminude e su di giri, un po’ alla maniera di Spring Breakers. Due di loro «mettono a letto» Earl, il quale non si sottrae, però le invita a consultare il suo cardiologo! E via così, tra una «corsa» con la droga e un regolamento di conti, fino all’epilogo di tutt’altro tono, che naturalmente non sveleremo.
Tratto da una storia vera, il film è sceneggiato da Nick Schenk, che per Eastwood dieci anni fa scrisse il capolavoro Gran Torino (un’altra automobile-feticcio sul viale del tramonto), di cui qui ricorrono alcuni temi sottesi, come il rapporto controverso ma franco con l’Altro, si tratti dei «negri» o delle «lesbiche» cui Earl si rivolge senza curarsi del «politicamente corretto». E di Gran Torino riaffiora alla ribalta di The Mule anche una paradossale dimensione paterna non ligia alle convenzioni, perché la genitorialità e lo stesso amore coniugale sono all’opera in situazioni e modalità imprevedibili...
Più di tutto, conta lo stile rarefatto, l’afflato di questo film come dei tanti realizzati da Eastwood negli ultimi trent’anni o giù di lì, da Gli spietati in avanti. È un cinema classico, il suo, che punta agli affetti speciali invece che agli effetti digitali, con innesti meditabondi, quasi «orientali» o zen, nel corpo di una tradizione che è nomade per eccellenza, un lascito del western. Basta far caso alle inquadrature in primo piano del «muso» del pick-up nelle lande desertiche, alla maniera in cui John Ford riprendeva i cavalli, per avere sentore del lavoro di decostruzione culturale dei miti e dei riti americani. Fervet opus, a dispetto dell’età del regista.

«Lo sa che somiglia a James Stewart?», dice un poliziotto al corriere. In effetti, il «bravo ragazzo» Jimmy Stewart e il «texano dagli occhi di ghiaccio» Clint Eastwood sono due facce di una medaglia, il bene e il male inestricabili nella parola «America». Oggi l’America non pensa che sia «più importante essere qualcuno da un’altra parte» e vuole starsene cinta dai suoi muri o nelle villette a schiera al riparo dai fantasmi che chiama «stranieri», lungi da grane di qualunque tipo.
Il vecchio Clint, pur tante volte tacciato di razzismo, non ci sta e con Beckett - sì lui, Samuel Beckett - in fondo dice: «Ho provato, ho fallito. Non importa, riproverò. Fallirò meglio».

IL CORRIERE - THE MULE. Interpreti e personaggi: Clint Eastwood (Earl Stone), Bradley Cooper (agente speciale Colin Bates), Taissa Farmiga (Ginny), Michael Peña (agente DEA), Laurence Fishburne (agente speciale DEA), Alison Eastwood (Iris, figlia di Earl), Dianne Wiest (Mary), Andy Garcia (Laton). Drammatico, USA, 2018. Durata: 116 minuti

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