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Eternal Love: nel nuovo disco di Ottaviano il jazz diventa bagno mistico

Il sassofonista Roberto Ottaviano ha pubblicato l'ultimo album con l'etichetta Dodicilune

Eternal Love: nel nuovo disco di Ottaviano il jazz diventa bagno mistico

l'immagine di copertina del disco

È un omaggio agli anni dell’impegno, a quella lunga stagione che, dalla metà degli Anni ’60 si protrasse fino al decennio successivo prima di infrangersi sul muro del cosiddetto edonismo reaganiano, l’ultimo disco di Roberto Ottaviano, il bel Eternal Love, edito dalla salentina Dodicilune. Una dimostrazione di come anche in questi nostri anni confusi, attraversati da linguaggi narcisistici e autoreferenziali, la musica possa recuperare uno spirito militante senza per questo rinunciare a essere comunicativa, rilanciando uno dei ruoli più entusiasmanti del messaggio artistico, che se non può mai dare risposte, spesso deve saper porre delle domande.


«È la prima volta – scrive Ottaviano nelle note di copertina – che sento il bisogno di un bagno mistico in cui il jazz si fa infine Musica Totale, ma soprattutto travalica l’idea fine a se stessa di fare musica, per scavare a fondo nel nostro ego e capire se esiste un “noi” universale da cui ripartire». Un messaggio, in altre parole, le cui radici affondano in un passato fatto di tensioni ideali che possono tornare a concretizzarsi anche e soprattutto grazie a chi appartiene alla generazione che le ha già vissute in prima linea. Per incidere il cd, il sassofonista barese ha scelta stavolta di mettere insieme una formazione di vecchi e nuovi compagni di viaggio, nessuno dei quali è pugliese: sono il pianista britannico Alexander Hawkins e poi gli ottimi Marco Colonna ai clarinetti, Giovanni Maier al contrabbasso e Zeno De Rossi alla batteria. E ha costruito una scaletta di nove brani, sette dei quali non sono a sua firma, ma sono stati scelti secondo un percorso pregnante che, se da un lato costruisce un itinerario a suo modo cronologico nel decennio di cui s’è detto, dall’altro dimostra come oggi sia ancora possibile realizzare un disco di temi non originali, allontanandosi comunque dai percorsi più battuti.

La partenza è quindi sulle note del tradizionale Uhuru, un termine che in africano vuol dire «libertà» e la cui scelta non appare casuale in un’epoca di migrazioni e intolleranze razziali che sembra riportarci all’America degli Anni ’50 e ’60, di Rosa Parks e Martin Luther King. È un inno carico di dolore e di speranza che il sax soprano di Ottaviano esalta in tutta la sua profonda bellezza, prima di dare spazio al danzante African Marketplace di Dollar Brand. Il notturno Chairman Mao di Charlie Haden, inciso nel 1977 nell’album Old and New Dreams a nome di Dewey Redman, s’impreziosisce di un bel solo introspettivo di Hawkins, ma il nome di Redman fa ritorno anche nel successivo Mushi Mushi, tratto dall’album del ’77 Bop Be del quartetto americano di Keith Jarrett: dopo la lunga apertura in duo di sax e batteria, segue la melodia «a incastri» che viene poi sviluppata molto liberamente. Oasis del sassofonista britannico Elton Dean (da Boundaries del 1980) riporta gli ascoltatori alla stagione dell’Europa radicale «post prog», con la sua cantilena astratta pronta a sfociare in episodi free.

Di Ottaviano sono quindi Questionable 2, il cui tema dagli aromi di danza balcanica poggia su una base funk di piano e basso elettrici ed Eternal Love, la cui melodia metafisica appare come un canto dell’anima che cerca di librarsi leggero nell’universo. Your Lady è un omaggio al Coltrane d’annata (lo si ascolta nel Live at Birdland del 1963) e viene arricchito da un autorevole intervento di Colonna al clarinetto basso, mentre il conclusivo Until the Rain Comes, dal bell’andamento cantabile, è un omaggio a Don Cherry e al suo album Multikulti (un titolo che è già di per sé tutto un programma) del 1980. Un lavoro autorevole per forma e contenuti, che rende inutile il soffermarsi sulle qualità degli interpreti (ormai note e più che consolidate), ma che invece invita gli ascoltatori ad andare oltre le note alla ricerca di uno spessore interiore senza il quale è difficile potersi proporre come modelli alle nuove generazioni, non solo di artisti. «Dedico questo lavoro – conclude Ottaviano – ai mei figli e a tutti i figli dell’umanità, che possano perdonarci per come gli stiamo consegnando questo mondo»

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