L'intervista
La «Magica Favola» di Arisa a Sanremo: «L'amore universale è la mia scelta di pace: oggi dentro di me c'è l'arcobaleno»
La cantautrice lucana annuncia un nuovo disco, «Foto mosse», e due live in teatro a Roma e Milano: «Ho impiegato tanto tempo a cercare l'amore romantico: oggi mi concentro su me stessa, la famiglia, gli amici, il legame con la mia terra»
La «Magica Favola» di Sanremo, poi «Foto mosse», il nuovo disco in uscita in primavera, e il ritorno sul palco con due speciali appuntamenti dal vivo che la vedranno protagonista il 22 maggio al Teatro Brancaccio di Roma e il 29 maggio al Teatro Lirico di Milano. È un periodo - appunto - magico per la lucana Arisa, pronta a tornare all'Ariston con un brano scritto insieme a Giuseppe Anastasi, Galeffi e Mamakass in cui si ripercorre il viaggio emotivo di una donna dall’infanzia all’età adulta, fino alla scelta di rinunciare alla «guerra del cuore» per cercare serenità, verità e protezione. Alla fine, la protagonista ritrova la bambina che è in lei, conservando innocenza, magia e la capacità di credere ancora nell’amore. «Sono felicissima, erano anni che sognavo di tornare a Sanremo - confessa alla «Gazzetta» - fosse per me ci andrei tutti gli anni. Per un artista italiano è un privilegio, non esserci ti fa sentire un po' escluso».
Cosa rende speciale questo brano?
«È stato definito per certi versi una canzone "Disney". In realtà ci siamo rifatti all'operetta, è qualcosa che vuole rimanere nel tempo, ripensando ai periodi in cui si era felici, specialmente da bambini. C'è un lavoro dietro, quello di riappropriarsi della sensibilità che avevamo da piccoli. In questi anni ho capito di essermi focalizzata sulla ricerca dell'amore romantico, ma mi ha portato via un sacco di tempo. Ora cercherò di vivere l'amore in una maniera più universale, dedicandomi agli amici, alla famiglia, a me stessa...».
Perché ha scelto «Foto mosse» come titolo dell'album?
«Si parla di sentimenti e le foto non possono essere statiche, la vita è sempre sorprendente. È un racconto reale di momenti della vita fotografati attraverso le canzoni. È il primo disco dove partecipo alla scrittura, sono autrice di molti brani anche da sola, in maniera coraggiosa: ho sempre scritto, ma pensavo che le mie canzoni non fossero all'altezza. Ma all'altezza di cosa? Ora mi sento libera di esprimere con la musica anche la mia femminilità scomoda, il legame con la mia terra, l'arcobaleno che c'è dentro di me. Sono molto felice».
Cos'è questa felicità?
«È la consapevolezza di non poter avere tutto, placare la ricerca continua di mondi e situazioni che non sono alla tua portata. Ho fatto anni di analisi, mi sono guardata dentro per capire chi ero veramente, e mi sono concessa un periodo di solitudine per farlo. Mi sento ancora in cammino per tirare fuori davvero tutto ciò che sono e lasciare un segno di me autentico».
Per la serata delle cover ha scelto «Quello che le donne non dicono» insieme al Coro del Teatro Regio di Parma...
«Rappresenta la femminilità autentica, quella che non è martire né femminista radicale: esiste e basta, è quella della madri, delle donne comuni, che conoscono la realtà e vanno dritte, si fanno il mazzo, le donne "normali"».
Ha parlato del legame con la sua terra, la Basilicata, ricca di leggende, miti e «favole», appunto. C'è qualche ricordo di infanzia che l'ha ispirata in questo senso?
«Certo, mia nonna mi raccontava delle favole, alcune contenevano aneddoti particolari in dialetto aviglianese che non si possono raccontare. La nostra cultura è ricca di massime concrete e crude, che si trasmettono anche ai bambini, e hanno contribuito a formarmi anche in questa accezione un po' cinica».