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la mostra

Rodolfo Valentino
il mito della bellezza
in cimeli e ricordi

In una torrida giornata d’agosto di più di ottant’anni fa si spegneva la stella di Rodolfo Valentino, emigrato giovanissimo dalla sua natale Castellaneta (Taranto) per affrontare l’avventura nel Nuovo Mondo. E che avventura. Non era certo l’emigrante povero visto nelle foto d’epoca che documentano la fuga dalla miseria di tanti italiani senza futuro nella loro patria, ma un ragazzo di buona famiglia e di bell’aspetto, ignaro del futuro radioso che lo aspettava.
Della sua breve, straordinaria vita, della sua folgorante carriera cinematografica ci parlerà la mostra «Rodolfo Valentino, il mito della seduzione» allestita nel Museo Valentino di Castellaneta, che si apre domani alle 20 (info: 345.360981 e press.seduzionedelmito@gmail.com).

In esposizione, reperti e documenti che ripercorrono le tappe di una vertiginosa ascesa all’Olimpo cinematografico nella Hollywood degli anni venti di un figlio del Vecchio Mondo. Anni in cui si consolidava lo star system dell’industria cinematografica, che ebbe fra i suoi protagonisti assoluti appunto il nostro conterraneo, amato da milioni di fedeli e talvolta dissennate ammiratrici, ignote o di gran nome (Pola Negri). Ma anche l’altro sesso non era insensibile al suo fascino appena sfiorato da una certa ambiguità suscitatrice di famosi pettegolezzi, alimentati anche dall’invidia degli uomini per la fortuna toccata proprio ad uno straniero, per di più oggetto di adorazione senza limiti da parte delle loro donne.
Se ne ebbe la prova quando furono celebrati i funerali per l’improvvisa morte dell’attore, dovuta ad una peritonite: una moltitudine incredibile di donne seguì il suo feretro, e fra le cronache dell’evento memorabile resta quella scritta da John Dos Passos nel suo libro Un mucchio di quattrini. Qualche sconsiderata non resistette alla scomparsa del suo idolo e si uccise: eccessi della cinefilia?

Valentino anche morto non ritornò più, quindi, nella sua terra che aveva visitato però qualche anno prima in un viaggio amarcord insieme con la moglie Natascia Rambova che ambiva al ruolo di ispiratrice assoluta dell’attività del marito; ruolo che era già stato acquisito e con validi motivi da June Mathis, sceneggiatrice principe della Metro Goldwyn Mayer, dotata di un fiuto formidabile che le fece intuire il talento del giovane attore che si era fino a un certo punto districato in ruoli di seconda, terza fila in oltre una dozzina di film e che grazie a lei, che ne fu patrocinante presso i tycoon hollywoodiani, si affermò alla grande con I quattro cavalieri dell’Apocalisse. Morì anche lei giovane e volle che accanto alla sua tomba in un giorno lontano vi fosse quella del suo beniamino, che però la seguì non molto tempo dopo.

La mostra che si concluderà a dicembre è il doveroso omaggio della città al suo figlio universalmente noto che si conquistò un posto imperituro nella storia del cinema con la immagine di una trionfante giovinezza, troncata da un destino maligno e con un talento che merita la rivalutazione. Vi ha contribuito l’Ufficio Cinema del Comune di Bologna con materiale iconografico di grande rilievo, che, insieme con quello in dotazione del Museo stesso, fornirà un’occasione unica per ripercorrere una stagione aurea del cinema hollywoodiano attraverso uno dei suoi protagonisti indiscussi. Ci auguriamo che questa mostra segni l’inizio di un’attività continuativa, arricchita da altre iniziative sempre legate al grande divo e al cinema dei suoi tempi: come retrospettive e convegni vari. Se ne parlò tanti anni fa in una serie di incontri carichi di promesse e buona volontà non portate però a temine. Ora sarebbe ora di riprendere il discorso.

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