musica e...
Un disperato bisogno di Arnold Schoenberg
Schoenberg è considerato ancora oggi il capostipite della musica difficile, ostica, dura, quella che non cerca compromessi con l’ascoltatore, e che anzi lo provoca con dissonanze al limite del sopportabile
Anni fa, invitato dalla libreria Laterza a incontrare gli studenti di un liceo classico barese, l’Orazio Flacco, per parlar loro di musica scelsi Arnold Schoenberg per una conversazione che ricordo ancora come stimolante e ricca di spunti, almeno per me.
Domenica scorsa, passeggiando per le vie di una Torino già pienamente primaverile e assolata, ho visitato almeno una mezza dozzina di librerie (Torino, si sa, ne è particolarmente ricca) alla ricerca di un libro di Harvey Sachs, noto e brillante musicologo americano, intitolato Schoenberg, perché ne abbiamo bisogno (Saggiatore). Non l’ho trovato da nessuna parte, e – da una ricerca presso la banca dati della Feltrinelli – pare non ce ne sia una sola copia disponibile presso le numerose librerie della catena: «Dovrà ordinarlo, comunque, ma sa, è un libro uscito già nel 2024».
Ho pensato a tante cose, forse un po’ confuse e contraddittorie, ma chissà che scrivendole per i miei lettori queste idee trovino un qualche ordine.
Innanzitutto, c’è una sorta di contrappasso: Schoenberg è considerato ancora oggi il capostipite della musica difficile, ostica, dura, quella che non cerca compromessi con l’ascoltatore, e che anzi lo provoca con dissonanze al limite del sopportabile. E le sue composizioni di cento anni fa per molti ascoltatori sono ancora «musica contemporanea» (come se questo aggettivo definisse, piuttosto che un dato cronologico, un indice di acidità acustica). Una minaccia sempreverde.
Però, ad appena due anni di distanza dalla pubblicazione, un libro «su» Schoenberg è già sparito dai radar, e va ordinato (o acquistato sui noti canali online).
Per la musica classica è come se, a un certo punto, la storia, il tempo, avessero smesso di scorrere, cristallizzandosi in un perenne passato. E, da un certo punto in poi, quello che è stato scritto, prodotto, pensato, eseguito, lavorato da musicisti di talento, ingegno e creatività, viene messo in una sorta di reparto «indifferenziato»: quello della musica contemporanea, una specie di epifenomeno, una riserva (in)naturale.
Senonché, quando ad alcuni allievi di Conservatorio che di Schoenberg avevano sentito parlare come di un lupo cattivo, uno spauracchio o poco più, ho fatto ascoltare l’esordio di Gurre-Lieder, loro hanno reagito con sorpresa (oddio, senza entusiasmo, ma almeno con sorpresa) perché ascoltavano musica «bella». Non ho ancora letto il libro di Sachs, che mi procurerò in questi giorni, ma – al di là della stima per il musicologo, e la simpatia del suo tratto umano – la ragione che mi ha spinto a cercarlo è quel sottotitolo «perché ne abbiamo bisogno». Ci sono frasi, pensieri, che affratellano, che stabiliscono affinità e consonanze. E questa è una di quelle. Perché di Schoenberg, del suo pensiero, della sua problematicità, complessità, intelligenza, abbiamo oggi un disperato bisogno. In quella domenica torinese, ad un caffè in piazza San Carlo con un amico, commentavamo assieme le musiche diffuse in piazza a tutto volume: erano Yann Tiersen ed Einaudi. Benissimo, ci mancherebbe, nessuno – a meno di essere un terrorista – userebbe Kontakte di Stockhausen o anche solo il Trio op.45 di Schoenberg per accompagnare un caffè all’aperto, ma non trasformiamo anche le sale da concerto in un luogo di intrattenimento. Basta con la paura delle sale vuote, che continuando così si svuoteranno comunque, persino al magnifico suono di Rachmaninov e Chopin. Cerchiamo di avere paura dell’ovvio, piuttosto, e del conformismo.
Il pubblico, che auspichiamo come un’entità in evoluzione e non come un fossile, ce ne sarà grato.