I mestieri di un tempo

Puglia, viaggio nel mondo del mastro trullaro: «Qui regnano pinnacoli e chiancarelle»

Francesca Di Tommaso (Video Graziana Capurso)

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Giuseppe Palmisano racconta il suo universo grazie ad Instagram: 21mila followers per il 42enne di Locorotondo innamorato di questo lavoro. Realizza trulli da tre generazioni ma ora non trova manovalanza e teme per il futuro di questa arte unica al mondo

LOCOROTONDO - Un colpo di scalpello, la polvere della pietra viva nelle narici, l’odore inconfondibile di pietra e di umido nelle ossa. E poi, a lavoro finito, lo sguardo al trullo per intero, l’orgoglio nella perfezione delle chiancarelle, una appresso all’altra su su fino al pinnacolo che si staglia nell’azzurro del cielo pugliese. «Questo è il mio mondo» commenta sorridendo il maestro trullaro Giuseppe Palmisano davanti ad un trullo appena restaurato. Il maestro trullaro che, quando a sera ripone gli attrezzi del mestiere, racconta sul suo profilo Instagram la sua passione e ragione di vita. Palmisart ha oltre 21mila followers: «è incredibile quanto la gente rimanga affascinata dai trulli, costruzioni così uniche ma che talvolta diamo per scontate. Instagram è l'unico modo per diffondere nel mondo la nostra arte». 

Quella di Giuseppe è una famiglia di trullari da tre generazioni: prima il nonno, Giuseppe come lui, «è stato sui trulli fino all’età di 84 anni». Poi suo papà Domenico, ancora al lavoro. Nato a Locorotondo 42 anni fa, Palmisano ha studiato da perito industriale e avrebbe voluto fare il veterinario. «A 15 anni volevo il motorino e mio padre mi disse che me lo avrebbe comprato se durante l’estate fossi andato a dare una mano a lui e a nonno. In pratica me lo sono comprato – commenta ridendo -. Ovviamente usato». E soprattutto non ha più lasciato il lavoro di trullaro. «E’ un’arte che alla forza fisica, necessaria a trasportare lastre di pietra da ridurre a misura, somma la maestria e l’esperienza per cercare l’incastro perfetto, la pietra dal taglio giusto. E’ una magia e purtroppo siamo rimasti in pochi a viverla: ormai di trullari veri e propri siamo una ventina e ci conosciamo tutti. E poiché è un lavoro manuale, non ce la facciamo nemmeno a tenere il passo con le consegne».

In realtà, dal 1996 i trulli sono stati riconosciuti patrimonio Unesco e quindi sottoposti ad una serie di vincoli tra cui quelli legati alla paesaggistica, alla sostenibilità dei materiali usati. «L’ultimo trullo che ho costruito ex novo risale a circa dieci anni fa» spiega Palmisano. Quanto costa realizzare il sogno di avere un trullo? «Costruito totalmente in pietra e con una grandezza interna di circa 2 metri e mezzo per 2 metri e mezzo costa all’incirca 28/30mila euro – racconta il maestro trullaro - . Ora però a causa dei vincoli si tratta di ristrutturazioni, non di nuove costruzioni. Anche se la scorsa settimana un cliente mi ha telefonato dicendo di aver avuto l’approvazione di un progetto per edificare vicino la costa a sud di Bari. Vedremo».

Un lavoro affascinante e gratificante seppure faticoso. «I trulli non hanno fondamenta ma sono costruiti con blocchi di pietra lavorati e appoggiati l’uno sull’altro con la tecnica della muratura a secco, senza calce né cemento – racconta Giuseppe -. Non puoi bleffare sennò crolla tutto. Ricordo l’ultimo trullo a doppia stanza a cono costruito con mio nonno. Eravamo una squadra di sei persone, tre che lavoravano e le altre tre che trasportavano il materiale: il principio è simile alla costruzione delle piramidi – commenta sorridendo –. Il trullo è una costruzione a doppio strato, ha una parete esterna e una interna che devono essere costruite e “salite” simultaneamente. Quando si arriva al cono, la sua parte più scenografica, si fa il cono interno e su quello esterno si poggiano le tipiche chiancarelle grigie. Quella volta ci abbiamo messo due mesi».

«Noi Palmisano abbiamo lavorato un po’ in tutta la valle d’Itria, sulla Selva di Fasano, a Cisternino. Per anni però i trullari sono stati invisibili – continua -: a conclusione lavori non si facevano certo i nomi di chi materialmente li aveva realizzati. Con sudore, fatica fisica, pazienza e maestria».  «Adesso a volte vedo degli obbrobri: finestre in anticorodal, allargate per fare più luce all’interno. Oppure piastrelle dietro il lavandino; o pavimenti in gres. Io farei un decreto che per legge vietasse queste offese alla nostra arte solo, magari, per accontentare il cliente e lavorare. Invece sarebbe bello – conclude – e utile organizzare corsi per avvicinare i giovani a questo lavoro unico al mondo. Ho avuto proposte in questo senso ma poi non se n’è fatto più niente». Che ne sarà di quest’arte quando i maestri trullari non avranno a chi tramandare il proprio sapere?

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