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Bari, da 57 anni è la «barberia popolare» di Japigia: «Un tempo qui tanto dialogo e umanità, ora alla poltrona usano lo smartphone» VIDEO

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Due generazioni hanno lavorato nel barber shop più vecchio del quartiere, prima Rocco Ranieri dal 1969 e poi suoi figlio Antonio. Tutto è rimasto come negli anni Settanta: «Il futuro? Probabilmente l'attività finirà con me»

È il barber shop più vecchio di Japigia. In oltre mezzo secolo padre e figlio hanno aperto le porte a clienti di ogni tipo, dal più povero al più ricco.

E mentre il quartiere barese nel corso degli anni si è trasformato, all’interno del civico 12 di via Daunia tutto è rimasto fermo a quel 1969, quando Rocco Ranieri aprì il suo «Hair by Ranieri» a soli 17 anni. 

«Lui ha iniziato a fare questo mestiere a 9 anni, veniva da Carbonara, decise di venire qui per stare vicino alla donna che poi diventò sua moglie, mia madre» racconta il figlio Antonio, che oggi porta avanti l’attività. 

«Mio padre a un certo punto voleva cambiare il nome in “Barberia popolare”, perché da qui è passata tanta umanità, a cominciare dai residenti dei palazzoni di Japigia. Io lo convinsi a lasciare il nome originale». Eppure, quel titolo racchiude bene la storia di un’attività commerciale che resiste da due generazioni, e dove sembra di fare davvero un tuffo nel passato. Il bancone, oggi, è ancora lo stesso dell’apertura, le pareti sono coperte da poster dei Beatles e dei Pink Floyd, vinili e giradischi se ne stanno tra le poltroncine e gli attrezzi da lavoro mentre la musica, l’altra grande passione di Antonio, fa da sottofondo ininterrottamente, da un pezzo di musica classica a note più rockeggianti.

Antonio Ranieri, 61 anni, ha cominciato ad aiutare nell’attività di famiglia dal 1987, quando il padre Rocco si ammalò. «Ho un diploma da ragioniere, poi ho fatto il militare. Tornai a Bari per assistere mio padre, poi è morto e dieci anni dopo ho preso io il comando. Ma qui tutti ricordano ancora mio padre con grandissimo affetto, dava consigli meravigliosi ed era piacevolissimo parlarci».

I suoi figli, però, hanno preso altre strade. «La storia dell’Hair by Ranieri potrebbe finire qui, proverò a cercare qualcuno ma sarà difficile. La nuova generazione di barbieri cerca di affermare fin da subito la propria identità, e lo comprendo. Se fossi un coach, però, direi: fate prima gli artigiani».

«Qui io voglio fermare il tempo - continua - Creare un contatto, un dialogo con i clienti. Tanta umanità è passata da qui, dall’operaio a giocatori del Bari e giudici. Ma negli anni Settanta e Ottanta la sua fortuna sono state soprattutto le famiglie delle case popolari, con tanti figli a nucleo. Chi lavora con il pubblico deve avere il giusto approccio con tutti: non mi nascondo nel dire che con alcuni dei miei clienti ho anche pianto. Le storie più profonde le ho vissute attraverso le voci e le confidenze dei clienti più umili, tanto che mi è capitato anche di non accettare soldi da chi sapevo vivesse situazioni difficili: il barbiere non è un lusso, è un atto di dignità». 

Un rapporto, quello tra cliente e barbiere, che oggi però sembra essersi perso: «Oggi alla poltrona i ragazzi non parlano e a me piange il cuore, preferiscono lo smartphone. Ma il dialogo con il cliente è la cosa più importante: il mio partito sono i miei clienti». 

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