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Smantellata rete di furti, riciclaggio e ricettazione a Bitonto: 10 arresti, colpivano in bar e gioiellerie I NOMI

viviana minervini

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Gli indagati in totale sono 16: sono ritenuti responsabili di appartenere a un'associazione a delinquere dedita, tra il 2022 ed il 2023, ai furti e rapine ai danni di attività commerciali

Un’organizzazione strutturata, con ruoli ben definiti, un vero “gruppo d’assalto”, vedette incaricate di controllare l’arrivo delle forze dell’ordine e una rete per rimettere sul mercato la merce rubata. È questo il quadro che emerge dall’operazione “Giulietta Bianca”, condotta dai Carabinieri della Compagnia di Modugno, che hanno eseguito dieci misure cautelari nei confronti di altrettanti indagati, tutti di Bitonto, ritenuti coinvolti, a vario titolo, in un’associazione a delinquere finalizzata a furti e rapine ai danni di attività commerciali, oltre che a riciclaggio e ricettazione, con l’aggravante della disponibilità di armi.

Dieci gli indagati raggiunti da misura cautelare: per cinque è stata disposta la custodia in carcere, Francesco Rizzi (45), Leonardo Bartolomeo (40), Vincenzo Schiavino (30), Nicola Racaniello (27) Emanuele Loconte (29); per altri cinque gli arresti domiciliari Giuseppe Schiavino (23), Emanuele Garofalo (47), Vito Amendolagine (45), Michele Schiavinov(50), Antonio Rizzi (58).

Il provvedimento è stato emesso dal gip del Tribunale di Bari su richiesta della Procura della Repubblica. Le accuse si basano sugli elementi raccolti durante le indagini, fermo restando che le responsabilità dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento con il contributo della difesa.

L’operazione è stata eseguita con il supporto del Nucleo Cinofili, dello Squadrone Eliportato “Cacciatori Puglia”, delle Aliquote di Primo Intervento del Comando provinciale di Bari e del Nucleo Elicotteri di Bari.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, l’organizzazione – composta complessivamente da 16 persone, di cui sei indagate in stato di libertà – sarebbe stata attiva tra il 2022 e il 2023 e specializzata in reati contro il patrimonio. In un arco temporale di circa tre mesi il gruppo avrebbe messo a segno diversi colpi, principalmente ai danni di tabaccherie, gioiellerie, sale giochi e anche aree di servizio. Gli episodi contestati sarebbero almeno sei tra furti, tentati furti e una rapina, oltre ad alcune rapine improprie. In quello stesso periodo, secondo gli inquirenti, l’attività avrebbe fruttato circa 150 mila euro.

Le indagini sono partite dal controllo del territorio e dall’analisi di una serie di furti che presentavano elementi comuni. In particolare è stata individuata un’autovettura, un’Alfa Romeo Giulietta bianca, utilizzata più volte per commettere i reati: da qui il nome dell’inchiesta. Attraverso servizi di osservazione, intercettazioni e attività di geolocalizzazione, i militari sono arrivati alla ricostruzione della struttura del gruppo e delle responsabilità dei singoli indagati.

L’organizzazione, secondo quanto emerso, agiva con modalità pianificate: «L’attività delittuosa veniva preparata durante il giorno, con servizi di osservazione e studio degli obiettivi, per poi essere realizzata di notte», è stato spiegato, con evidenti ricadute organizzative anche per chi indagava, chiamato a seguire passo passo il gruppo. Per raggiungere i bersagli venivano utilizzate auto di provenienza illecita e, all’interno dei veicoli, sarebbero stati trasportati arnesi da scasso e, in alcuni casi, cannelli a gas per forzare saracinesche e ingressi. Nei colpi alle tabaccherie, inoltre, sarebbero state impiegate anche ceste da panettiere per velocizzare il trasporto della merce.

Gli investigatori descrivono un sodalizio che operava con una divisione dei compiti “stratificata” e costante. Il “gruppo d’assalto” sarebbe stato composto da quattro uomini travisati: l’autista restava a bordo pronto per la fuga e in contatto con le vedette; un secondo componente si occupava di spostare o disattivare eventuali telecamere; un terzo forzava le saracinesche con attrezzi da scasso o cannelli a gas; il quarto entrava nel locale per prelevare quanta più merce possibile. Accanto a loro operava un gruppo dedicato all’osservazione e all’attività di “palo”, incaricato di segnalare l’eventuale arrivo delle pattuglie e favorire così la fuga. Per ogni singolo colpo, è stato riferito, potevano muoversi anche quindici o sedici persone.

Secondo gli inquirenti, il sodalizio agiva come un vero “ciclo imprenditoriale”, con una valutazione dei costi e dei benefici colpo per colpo e con la successiva distribuzione dei proventi. L’attività investigativa ha consentito anche di individuare il cosiddetto “secondo livello” dell’organizzazione, ritenuto incaricato di rimettere sul mercato i proventi dei furti e delle rapine, in particolare tabacchi lavorati e gratta e vinci. In questo passaggio è stato considerato decisivo anche il contributo dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, che avrebbe permesso di tracciare parte dei tabacchi rubati: gli investigatori hanno così ricostruito che un soggetto li avrebbe acquistati e rimessi in commercio sfruttando un’autorizzazione alla vendita. In un caso, è stato riferito, a fronte di tabacchi rubati per circa 50 mila euro, l’organizzazione li avrebbe ceduti per 15 mila euro, con un guadagno stimato di circa 35 mila euro per chi li rimetteva sul mercato.

Nel corso delle indagini è emersa inoltre la disponibilità di armi. Durante alcune perquisizioni, effettuate anche con il supporto dei “Cacciatori di Puglia” su numerosi obiettivi tra il nord barese e altri centri, sono state rinvenute e sequestrate armi e materiale ritenuto utile alle indagini: tra gli elementi citati, una pistola clandestina, un giubbotto antiproiettile e dispositivi metallici a più punte utilizzati per ostacolare gli inseguimenti. Gli investigatori hanno parlato anche di condotte ritenute particolarmente pericolose durante alcune fughe: manovre spericolate e lancio di “chiodi” per forare le gomme e rendere difficile l’intervento delle pattuglie. In un caso, l’identificazione di uno degli indagati sarebbe stata possibile anche grazie ad accertamenti sul DNA effettuati su un’autovettura.

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