il caso

Paola Clemente morta di fatica nei campi, parla il marito dopo l'assoluzione dell'imprenditore: «Il caporalato imperversa»

Valentina Castellaneta

«Secondo me anche la magistratura dovrebbe dare un segnale forte per fare in modo che non si ripetano casi simili a quello di Paola. Altrimenti il caporalato continua ad andare avanti anche se c’è una legge»

«Qui c’è bisogno che tutte le forze in simbiosi fra loro diano un segnale forte contro il caporalato altrimenti sarà tutto inutile». È deluso Stefano Arcuri, l’assoluzione anche in appello dell’imprenditore agricolo Luigi Terrone, accusato di omicidio colposo per la morte di sua moglie, lo ha turbato. La bracciante tarantina Paola Clemente, «morta di fatica» nei campi a 49 anni in un vigneto di Andria il 13 luglio 2015 è divenuta simbolo dei lavoratori agricoli nella lotta contro il caporalato.

«La politica ha fatto la sua – sostiene - perché almeno ha fatto una legge contro il caporalato, il sindacato lavora proprio perché non ci siano queste forme di sfruttamento. Secondo me anche la magistratura dovrebbe dare un segnale forte per fare in modo che non si ripetano casi simili a quello di Paola. Altrimenti il caporalato continua ad andare avanti anche se c’è una legge».

In questi 10 anni, Stefano, che ha fatto anche lui il bracciante agricolo, è stato spesso chiamato a raccontare le condizioni dei lavoratori agrari. Racconta di aver confrontato la sua esperienza con quella di tanti altri braccianti, in Puglia, soprattutto nel foggiano, ma anche in tante altre regioni. Ammette di essersi reso conto come in molte situazioni i braccianti vivano esperienze davvero dure, dove a stentare sono anche l’igiene e i diritti minimi. «C’è una forte disparità di trattamento – commenta – le donne e gli immigrati vengono trattati molto peggio degli uomini. La morte di Paola ha suscitato clamore perché era italiana, ma ricordo che quell’anno, sono morte altre 5 persone. C’è una cattiveria nei campi che non si può descrivere, io dico sempre che “non c’è più religione”».

Stefano racconta che Paola spesso parlava delle condizioni difficili a cui doveva sottostare. «Ma diceva sempre - ricorda - che per una donna è così, se vuoi le condizioni sono quelle, quello è il prezzo, altrimenti stai a casa».

Quando la bracciante è morta lavorava nei tendoni di uva, dove regna caldo e umidità. «Se fuori ci sono 30 gradi, in un tendone ce ne sono 40. Spesso quando tornava a casa dopo una giornata di lavoro non pranzava neanche, correva a fare la doccia per lavare via tutti gli agenti chimici».

Sembra tranquillo Stefano quando parla di Paola, eppure ci sono cose su cui rimugina ancora. Nelle motivazioni della sentenza del primo grado di giudizio, la giudice aveva spiegato che la mancanza di un medico sul posto di lavoro e soprattutto di personale addestrato per le operazioni di primo soccorso, avevano generato «un ritardo nell’attivazione del primo soccorso, rivelatosi poi fatale», ma a Paola erano comunque state praticate misure di primo soccorso «seppur non da lavoratori a ciò espressamente deputati». Ma anche se ci fossero stati, secondo la magistratura, non sarebbero bastati a salvarle la vita.

«In un ambiente di lavoro dove ci sono circa 300 persone - commenta - non c’erano persone preparate al primo soccorso. Ma Paola si è sentita male, fin dalla corriera. E non è stato un infarto, come è stato detto: si è trattato di un’asfissia meccanica. Praticamente è morta di fatica e lo avevano già accertato i medici legali. Perché un infarto è immediato, fulminante. Qui, invece, si è trattato di un’asfissia e di una mancanza di soccorsi».

Stefano Arcuri non sa ora cosa accadrà, spetta alla procura generale decidere se ricorrere alla Corte di Cassazione. «Dobbiamo aspettare - spiega impotente - che siano depositate le motivazioni. Non sta a me decidere».

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