la storia
Grottaglie, a 89 anni va in pensione l’ultimo dei maestri ceramisti: «Ma non mi fermo»
Francesco L’Assainato ha cominciato «a bottega» quando aveva cinque anni: il maestro ricorda quel piccolo (grande) mondo antico che oggi non esiste più, superato dalla proliferazione di pumi apotropaici e palloncini colorati...
È andato in pensione l’ultimo dei maestri ceramisti, Francesco L’Assainato, il decano dei figuli grottagliesi, 89 anni, titolare della famosa bottega ubicata nel pittoresco “Quartiere delle Ceramiche”, ai piedi del trecentesco castello episcopio “Giacomo D’Atri”.
Classe 1937, “Ciccio” ha spento il tornio sul quale dal lontano 1961 cominciò in proprio a modellare, decorare e firmare le sue opere. «Anche io, come tanti altri della mia generazione, sono andato “a bottega” fin da piccolo, dopo la breve parentesi nell’officina del fabbro Ciro Quaranta. A cinque anni, nel 1942, venne a mancare il mio papà Luigi, che era un contadino. Ho frequentato la scuola d’Arte per volontà di mia madre, Leonarda Luchena, originaria di Soleto e ho iniziato a lavorare per alcuni importanti figuli, come Sommavilla e Pinca. Agli inizi degli anni Sessanta ho quindi avviato la mia produzione ceramica». Così il suo inimitabile e raffinato uccellino dipinto di blu cobalto, il colore di Sèvres, «un disegno realizzato», dice con orgoglio, «con soli quattro colpi di pennello», ha preso il volo, cominciando a fare il giro del mondo.
L’Assainato ricorda quel piccolo (grande) mondo antico che oggi non esiste più, superato dalle nuove tendenze, dalla proliferazione dei “pumi” apotropaici, dei palloncini colorati, degli abat-jour e di altri complementi d’arredo. «Tanti anni fa», racconta, «i “pezzi” avevano una maggiore identità; era facile distinguerli gli uni dagli altri. La ceramica esprimeva la storia meravigliosa (di fatica e di sudore) di una Grottaglie “affamata” di pane e di arte, che generava tre tipologie di manufatti: c’era la ceramica “capasonara” delle grosse e panciute giare, dei “vummuli”, usati dai contadini come thermos e delle “minzane”; c’era la ceramica “faenzara” (stoviglie) e, infine, quella “greca”. Si realizzavano anche i “pezzi unici” (piatti ornamentali, “ciarle”, zuppiere, i “cachepots” e i “potiches”) commissionati dalle persone abbienti e che arredavano le credenze delle loro case. Oggi la mano del torniante è sempre la stessa per quasi tutti i manufatti e a distinguersi sono gli eventuali decori».
Il maestro non vuole essere retrivo e anacronistico. «Le nuove generazioni stanno recuperando le antiche forme, proponendole con un rinnovato slancio ed entusiasmo. Questo è un fatto positivo, perché la tradizione deve essere salvaguardata e tramandata. La ceramica, nonostante tutto, conserva il suo fascino: l’argilla che prende forma e si cuoce al “fuoco” è un’operazione ancestrale, un inno alla creatività».
L’Assainato, amato e coccolato dalla sua famiglia (dalla moglie Elvira e dalle figlie Adina, Patrizia e Simona) non ha appeso del tutto le scarpe al chiodo e continua a mettere le mani sulla creta. «Non posso farne a meno, è tutta la mia vita».