La riflessione

Mamma Patrizia, le madri di Taranto e la fiducia tradita

Maristella Massari

Patrizia non è solo la madre di Domenico. Quella donna piccola, straziata ma indomita, oggi è il volto di tutte le madri che hanno affidato un figlio alla cura degli altri e hanno creduto - perché così deve essere - che quel gesto fosse protetto da competenza, rigore, responsabilità

Patrizia non è solo la madre di Domenico. Quella donna piccola, straziata ma indomita, oggi è il volto di tutte le madri che hanno affidato un figlio alla cura degli altri e hanno creduto - perché così deve essere - che quel gesto fosse protetto da competenza, rigore, responsabilità.

Cura non è solo la speranza che la sanità ti aiuti quando arriva la malattia, cura è anche affidarsi alle istituzioni confidando che queste garantiscano la giusta prevenzione per vivere in salute. Ed è qui che Taranto entra in questa storia. Non per forzare paragoni, ma perché il filo è lo stesso: la fiducia.

Mamma Patrizia ha fatto ciò che fanno tutte le madri quando la vita le mette davanti un bivio. Ha scelto di fidarsi. Ha creduto nella medicina, nei protocolli, nelle mani che avrebbero dovuto custodire la speranza di suo figlio. Ha attraversato l’attesa di un trapianto come si attraversa un corridoio stretto, con il cuore in gola. Solo che alla fine di quella strettoia non ha trovato luce, ma solo silenzio.

È qui che la mente corre alle madri di Taranto che, ogni giorno, fanno un atto di fiducia. Quando accompagnano i figli a scuola sotto un cielo che a volte si fa pesante. Quando leggono di un evento emissivo, o della ripartenza di un altoforno. Quando sentono parlare di accertamenti, verifiche, controlli richiesti nell’interesse della città. Anche loro si affidano. Anche loro credono che le istituzioni, le aziende, gli enti di controllo sappiano che in gioco non c’è una produzione, ma la salute dei loro bambini.

Non è la stessa storia di Domenico. Ma è lo stesso punto fragile. Quando la protezione promessa vacilla, quando la tutela diventa richiesta, quando la sicurezza non è più una certezza ma una preghiera. Napoli e Taranto non sono storie sovrapponibili. Ma hanno un punto in comune che brucia: la fiducia tradita o incrinata. Patrizia ha perso suo figlio per un errore umano. Tante madri di Taranto hanno perso figli per malattie che da anni interrogano coscienze e responsabilità. In entrambi i casi ci sono domande che non fanno rumore ma che non smettono di risuonare. Poteva andare diversamente? Poteva essere evitato?

Proteggere è il verbo che definisce la maternità. Ma proteggere non può essere solo compito delle madri. È un patto sociale. È un dovere collettivo. Ci sono mestieri in cui l’errore pesa come una condanna. Ci sono scelte industriali e ambientali che non possono essere trattate come variabili tecniche di un contratto multi-milionario. Perché dietro ogni decisione, dietro ogni protocollo non rispettato o controllo rimandato, ci sono volti, sorrisi, storie ancora da scrivere.

Le madri di Taranto conoscono quella sensazione. La vivono da anni. Mentre scriviamo, è ripartito l’Afo 2 dell’ex Ilva e si è verificato un nuovo evento emissivo. Non è la prima volta. Il sindaco ha chiesto accertamenti urgenti al Ministero dell’Ambiente, verifiche puntuali, misure a tutela della salute pubblica. È un atto dovuto, necessario, nell’interesse della città. Ma ogni volta che una nube si alza sopra i quartieri vicini alla fabbrica, ogni volta che si parla di emissioni e controlli, nelle case di Taranto si riaccende una paura antica.

Le madri di Taranto sanno cosa significa convivere con il dubbio in una giornata ventosa. Conoscono il dolore di chi ha perso un figlio per un tumore e si è chiesto, anche solo per un istante, se si poteva fare di più, prima. Se qualcuno doveva vigilare meglio. Se certe mani dovevano essere più ferme.

Domenico è morto. E non possiamo permetterci che la sua morte diventi solo un capitolo giudiziario. Deve restare una domanda aperta sulla qualità della nostra vigilanza, sulla serietà delle nostre responsabilità, sulla solidità di quel patto di fiducia che tiene insieme una madre e il mondo. Perché quando una madre affida suo figlio a qualcuno, che sia un medico, un’istituzione, o una comunità, compie l’atto più fragile e più potente che esista.

Se quella fiducia si incrina, non si spezza solo un cuore. Si incrina la nostra idea di civiltà. E allora sì, siamo tutte Patrizia. Siamo tutte madri di Domenico. E siamo tutte le madri di Taranto che chiedono, con la stessa ostinazione, una sola cosa: che i nostri figli siano al sicuro. Non è una pretesa. È un atto d’amore, il minimo indispensabile per poter continuare ad avere fiducia.

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