l'analisi
Tagli al Washington Post, le giornate più buie di tutta l’informazione
Marty Baron, l’acclamato ex direttore, l’ha definita «Una delle «giornate più buie nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo»
I tagli al Washington Post feriscono il giornalismo al completo. Marty Baron, l’acclamato ex direttore, l’ha definita «Una delle «giornate più buie nella storia di una delle più grandi testate giornalistiche del mondo». Baron, già direttore della testata, nel cui ruolo aveva acquisito un prestigio degno della migliore tradizione di un quotidiano che ha giocato più volte ai vertici delle vicende contemporanee. Adesso il giornale registra il licenziamento di quasi 300 reporter, soprattutto nei settori vitali dello sport e degli esteri. Questo ha provocato le dimissioni del CEO Will Lewis, che ritiene la sua scelta inevitabile «per garantire un futuro sostenibile al Washington Post». Al suo posto subentra Jeff D’Onofrio, ex direttore finanziario. L’immagine più tristemente emblematica del «nuovo corso» è quella dell’inviata in Ucraina, che apprende la sua fuoriuscita mentre si trova a Kiev e fa il proprio lavoro in un’automobile, scrivendo su un taccuino, con la penna, e non su un tablet. Dopodiché comunica su X. «Sono appena stata licenziata dal Washington Post nel bel mezzo di una zona di guerra. Non ho parole. Sono devastata». Con lei, perdono il posto Yeganeh Torbati, corrispondente dall’Iran e dalla Turchia, Claire Parker dal Cairo e Loveday Morris da Berlino. Segni precisi di un cambio di linea. Basta con i reportage dal fronte, via i «campi di battaglia» che hanno avuto un cantore epico di Peter Arnett. Non più anni vissuti pericolosamente. È la filosofia applicata di Jeff Bezos, acquirente del Washington Post nel 2013 con l’obiettivo di rilanciarlo. O più genericamente la pratica corrente del turbocapitalismo. Se il mercato non risponde, si toglie il prodotto dalla vendita. Neanche il rilancio digitale ha catturato nuovi lettori, più interessati allo svago perenne dei media istantanei e alle fake news che non alle analisi dei fatti, specialmente in era di turbolenze geopolitiche permanenti.
Sono lontani i tempi in cui l’intrepida Katharine Graham toglieva le redini del Washington Post al marito alcolista Peter e ne faceva il cavallo vincente dell’editoria volta alla diffusione delle notizie. Esemplare e indicativa la sua affermazione: «Credo che la democrazia fiorisca quando il governo può adottare misure legittime per mantenere i propri segreti e quando la stampa può decidere se pubblicare ciò che sa».
E quindi con lei il Washington Post non era soltanto un organo molto accreditato d’informazione, bensì un modo di rapportarsi alla realtà giornaliera per il cittadino consapevole e partecipe del presente. Grazie alla dirittura della Graham, prese piede il direttore esecutivo Benjamin Bradlee, che compì il miracolo di creare la coppia vincente di Carl Bernstein e Bob Woodward. Un cronista proveniente dalla controcultura e un repubblicano legato all’establishment della capitale mandano in cortocircuito ed esaurimento la presidenza di Richard Nixon, «coprendo» l’irruzione nella sede del Comitato nazionale democratico al Watergate.
Così raccontava Bradlee: «C’erano molti giovani cubani o di lingua spagnola mascherati e con guanti di gomma, con walkie-talkie, arrestati nella sede del Comitato Nazionale Democratico alle 2 del mattino». Il servizio spettò a Bernstein e Woodward, che insistettero con pervicacia fino a smascherare il complotto sostenuto da… «tutti gli uomini del Presidente».
Qual è l’amara lezione del viale del tramonto imboccato dal Washington Post? Sul piano brutalmente economico insegna che il capitalismo ha fallito in certe sue promesse e premesse. Da meccanismo per creare ricchezza e redistribuirla è divenuto un gorgo nel quale la perdita del lavoro produce paradossalmente profitti. Il che si riversa su quello etico e culturale. La colpa non è dell’IA, che semmai può fungere da utile supporto nell’opera di documentazione, acquisto di dati e altri reperti indispensabili per la cronaca. Semmai occorre sollecitare il pubblico ad alzare gli occhi dagli smartphone e riportarli sulla carta, dove la parola scritta ha una permanenza imparagonabile alla fatuità dei pixel.
C’è però una buona notizia. Il crollo dei colossi giornalistici lascia spazio ai quotidiani di incidenza territoriale, come La Gazzetta de Mezzogiorno. D’altronde non da oggi si parla di glocal. Negli ambiti ben determinati, la gente cerca sulla pagina il vissuto della propria comunità. Non solo gli anziani avulsi da Internet. Le professioni, l’imprenditoria e la politica non possono fare a meno della narrazione di prossimità.