l'intervista
Del Core (Confagricoltura): «Cari industriali, pure la Puglia è esposta ai rischi dell’accordo»
Il presidente di Confagricoltura Bari -Bat: difendiamo le nostre produzioni dalla concorrenza sleale. Bene le clausole di salvaguardia ma non servono senza controlli doganali seri
Massimiliano Del Core, presidente di Confagricoltura Bari-Bat, cosa non va nell’accordo con i Paesi del blocco Mercosur?
«Il comparto agricolo non è contrario in modo aprioristico all’apertura di un nuovo mercato. Sappiamo bene che la competizione è ormai globale. Semplicemente, riteniamo che le salvaguardie a tutela del settore siano ancora insufficienti».
Eppure il governo italiano si è battuto per introdurre tutta una serie di clausole che dovrebbero piacervi...
«È vero, ma si può e si deve lavorare di più. Di base, le tutele nascono da un dato di fatto: i settori agroalimentare e agricolo sono quelli che subiscono gli effetti più negativi dell’accordo perché le esportazioni di beni agroalimentari dei quattro Paesi sudamericani in Europa valgono 56 miliardi di euro. Non si può dire lo stesso per altre categorie di prodotti».
E infatti questa è la premessa che ha spinto l’Europa ad inserire clausole di salvaguardia che toccano sia i prezzi che i volumi, cui si aggiungono poi le protezioni per la carne e le produzioni a denominazione geografica come le Igp e le Dop. Perché non basta?
«Per rendere realmente efficaci queste clausole serve un sistema di controllo doganale vero, non solo formale. Attualmente i controlli, per individuare prezzi e volumi, si fermano al 3% del traffico. Non è sufficiente».
In sostanza, il problema sarebbe a monte.
«È così. Senza controlli reali su prezzi e volumi le clausole sono inutili. E poi c’è dell’altro».
La famosa «reciprocità»?
«Sì ed è un problema che vale non solo verso il Mercosur ma anche verso Medio Oriente, India, Nord Africa. Queste aree produttive non hanno gli stessi protocolli etici e fitosanitari che qui in Europa, giustamente, le nostre imprese sono tenute a seguire. Ciò incide sia sulla salubrità del prodotto che sul rispetto dei diritti dei lavoratori».
Quindi cosa chiedete?
«Chiediamo che il prodotto agricolo e agroalimentare di importazione provenga da Paesi che garantiscano gli stessi standard, altrimenti si verifica un dumping etico-sanitario che si riflette sui prezzi, penalizzando le nostre filiere».
La Puglia, in tutto questo, cosa rischia?
«Prima qualche numero per evidenziare la rilevanza del nostro settore a livello economico per la nostra terra, prima. Degli 86 miliardi di Pil pugliese ben 6 provengono dal settore agroalimentare di cui tre, la metà, dal settore agricolo puro, come i cereali o l’ortofrutta, per intenderci. Per questo i nostri agricoltori alzano la voce. Per questo i nostri agricoltori alzano la voce».
Qual è il pericolo nel concreto?
«In questo momento, la Puglia esporta verso il Mercosur macchinari, farmaceutica, chimica, olio e pasta, più qualche prodotto da forno. Per queste filiere ben venga una riduzione dei dazi. Ma da quei Paesi importiamo moltissimo agricolo e agroalimentare in termini di ortofrutta in controstagione, cereali, cioè grano, e carne bovina le cui filiere, nella nostra regione, sono molto importanti. Con il passaggio dei dazi all’importazione sulla carne dal 20% al 7% o addirittura l’azzeramento sugli altri prodotti si verificherebbe per loro un danno molto serio».
Il presidente di Confindustria Puglia, Mario Aprile, bacchetta gli agricoli ricordando che questa sarebbe un’occasione per l’agroalimentare pugliese. Non è così?
«Premetto che ho grande rispetto per la serietà di Confindustria e grande stima per il lavoro del presidente Aprile. Lui si riferisce in particolare alla pasta. E lo comprendo. Guardi, posso aggiungerci anche il vino che attualmente poco performa in quei Paesi e potrebbe avere una crescita positiva. Ma il punto è sempre quello: definire le tutele delle produzioni più esposte alla concorrenza sudamericana».
Gli industriali dicono che avete già tanti vantaggi...
«Una obiezione curiosa visto che le nostre produzioni sono a cielo aperto quindi non affrontiamo solo i rischi del libero mercato ma anche quelli, per dirne una, del cambiamento climatico».
Quindi sbaglia il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, a bollare il vostro atteggiamento come «anti-italiano»...
«Contro l’accordo, così come è ora, si sono schierati molti Paesi come la Francia. Quindi bisognerebbe parlare di atteggiamento anti-europeo o, per quanto ci riguarda, anti-pugliese. Mi viene da sorridere. Noi non vogliamo il protezionismo, sia chiaro, ma chiediamo che le nostre produzioni siano tutelate da una concorrenza sleale. Anche perché se il nostro settore, il settore primario, soffre, soffrono a cascata tutti i settori dell’economia italiana, dal manifatturiero all’industriale. E se le aziende agricole chiudono perché non sono competitive rischia di venir meno la capacità di autoproduzione della materia prima indispensabile per molte filiere agroindustriali e commerciali. E questo Confindustria non può non saperlo».