Comunicato Stampa: “Skylife”, un esilarante bestiario del passeggero moderno in aeroporto
Aeroporto di Fiumicino , ore 6.45. Al gate l’aria sa di caffè e plastica nuova, i tabelloni cambiano riga con una puntualità che mette tensione, le file crescono e si muovono come un unico organismo. Trolley in colonna, documenti già in mano, occhi spesso assonnati che cercano il proprio gruppo di imbarco, voci che chiedono conferme al personale in lingue sempre diverse. In pochi metri quadrati si concentra un campionario umano che, fuori da lì, resterebbe disperso: chi viaggia per affari con l’auricolare già acceso, chi contratta un posto migliore, chi prepara lo scompiglio discutendo di trolley e cappelliere. È un rito breve e densissimo, un frammento di società in movimento. “Skylife” di Paolo De Vincentiis , pubblicato dal Gruppo Albatros Il Filo , parte proprio da questo teatro mobile e lo trasforma in un libro di osservazione comica. Venticinque capitoli , chiamati “Gate” , raccolgono un compendio di vite incrociate dall’autore nel suo lavoro: ritratti brevi, scene rapide, situazioni che si accendono in un istante e restano impresse. La struttura a gate funziona come una mappa. I titoli richiamano un immaginario pop, hanno il passo della serie televisiva, promettono già nel nome la categoria di personaggi che sta per entrare in scena. La cornice aeroportuale tiene insieme il libro con ordine e ritmo: si riconoscono la sala imbarchi, i corridoi di vetro, le divise, le valigie in cappelliera, i sorrisi di circostanza, le frasi scambiate senza davvero ascoltarsi. De Vincentiis costruisce un archivio di comportamenti : piccoli privilegi rivendicati, rituali ripetuti, forme di educazione che cedono sotto pressione. Ne esce un bestiario aeroportuale, una piccola enciclopedia del passeggero moderno, scritta con la cura di chi sa che ogni dettaglio contiene una storia. Il punto di forza sta nello spirito di osservazione , sagace e intelligente, capace di cogliere l’istante in cui la realtà supera la fantasia e offre materiale già pronto per la satira. L’autore registra posture e tic, ascolta parole lanciate tra estranei, fotografa l’uso dello spazio come un linguaggio sociale. Nel passaggio dalla scena alla pagina sposta l’inquadratura di qualche millimetro verso il grottesco , e quel gesto impercettibile rende visibile ciò che di solito resta sotto la superficie: l’ansia che diventa aggressività, il bisogno di controllo che diventa capriccio, l’insicurezza che diventa arroganza. Il metodo è quello della tassonomia: nominare, ordinare, riconoscere, e poi lasciare che il comico illumini il significato. La commedia comincia all’imbarco, dove i ruoli si assegnano con velocità. Il gate diventa la scena del prestigio: c’è chi pretende il primo posto come un diritto naturale, chi reclama priorità senza averla, chi alza la voce per essere notato, chi tratta il personale di bordo come un pubblico da convincere. In “Barbybella” la figura centrale occupa la scena con sicurezza totale, usa la cura dell’immagine come potere, trasforma la fila in passerella, chiede attenzione come se fosse prevista dal biglietto. Il ritratto funziona perché riconsegna un tipo umano che vive di sguardi e conferme, e trova nell’aeroporto il palcoscenico ideale: luci, attese, controllo, pubblico obbligato. Dentro la galleria compaiono i professionisti dell’urgenza, i “Timechallengers” . Sono quelli che arrivano all’ultimo minuto, generano allarme, chiedono deroghe, pretendono comprensione, poi entrano in cabina con la serenità di chi aveva tutto in mano fin dall’inizio. Il racconto tiene il tempo dell’affanno: passi veloci, frasi spezzate, scuse che cambiano direzione, sguardi al tabellone come a un giudice, telefonate accese mentre la fila avanza. La risata diventa piena perché il lettore riconosce la scena e rivede, in controluce, una piccola filosofia del vivere contemporaneo: l’ultimo istante elevato a stile di vita, l’eccezione trasformata in abitudine, il caos usato come passaporto . Tra le invenzioni più riuscite c’è la “Sherpa” , guida della corsia e della disciplina, e lo “SherpaDance”, coreografia dell’imbarco trasformata in danza collettiva: un passo avanti, una sosta, un controllo, un ritorno, una valigia che intralcia, un cappotto che cade, una richiesta ripetuta, una discussione su chi debba passare per primo. De Vincentiis rende comico il coordinamento forzato tra sconosciuti, quella convivenza obbligata che trasforma persone educate in negoziatori di centimetri. Il gate dedicato ai “Sempreconnessi” racconta un’altra maschera contemporanea : tecnologia come uniforme, connessione come identità. Computer, cavi, cuffie, notifiche, call; il volo diventa ufficio portatile e il linguaggio tecnico una forma di appartenenza. Il lavoro esibito diventa prova d’esistenza, l’urgenza una medaglia, l’attenzione sempre altrove una postura. L’ironia colpisce senza cinismo: si osserva la necessità di riempire il vuoto dell’attesa, e dentro quel bisogno si riconosce una fragilità moderna, la paura di restare in silenzio anche solo per la durata di un volo. Il capitolo del consumo trova un bersaglio perfetto nel duty free: luci, stimoli, offerte, profumi allineati come promesse, buste brandizzate come trofei. Qui si muovono figure che svaligiano scaffali con la leggerezza di chi scambia l’aeroporto per un centro commerciale, e il gesto dell’acquisto diventa un modo di farsi compagnia. In questo scenario spiccano le SSRF, le Squadre Specializzate nel Risveglio Forzato , sigla inventata che condensa una mania recente: rumorosità continua elevata a norma, intrattenimento imposto come diritto, sonno percepito come colpa sociale. Tra scaffali e offerte, le buste diventano bandiere, poi finiscono tra i sedili come prova di conquista, e la cabina accoglie anche questo: l’acquisto come racconto da esibire. La cabina è anche il luogo della paura, e “Panic” affronta l’ansia di volo come se fosse destinato a trascorrere sull'aereo gli ultimi istanti della propria vita. Il personaggio vive il decollo come annuncio di catastrofe, cerca segnali ovunque, interpreta ogni rumore come presagio, chiede conferme a chiunque. Accanto compare un contenitore umano, un tutor improvvisato, una voce capace di riportare ordine. Dentro la dinamica affiora un tratto tenero: la richiesta di cura che nasce quando il controllo vacilla , il bisogno di un’altra presenza per rimettere in asse la percezione del mondo. Sul versante della fretta fuori misura c’è “Kamikaze” : la corsa in piedi appena l’aereo tocca terra, la competizione per guadagnare un metro, l’istinto collettivo trasformato in coreografia. De Vincentiis mette a fuoco la gestualità e il linguaggio del corpo, restituisce la teatralità involontaria di chi vive lo sbarco come prova di forza. In “Pachiderma” entra la commedia fisica dello spazio: spalle che urtano, braccioli contesi, valigie in cerca di una casa in cappelliera, richieste ripetute con educazione faticosa, irritazioni che crescono per accumulo. Il grottesco nasce dal ripetersi identico di queste scene, come se ogni volo riproducesse lo stesso copione con attori sempre nuovi . A rendere compatto “Skylife” è la coerenza della voce narrante. Ogni gate è autonomo e insieme parte di un disegno: la rotta attraversa umanità diverse e le riporta dentro una domanda concreta, quella sulla nostra capacità di convivere in spazi stretti, con poco tempo e molte pretese. Il libro strappa risate e offre una lettura di costume: l’aereo come specchio del presente, l’aeroporto come piazza regolata da micro-gerarchie, l’attesa come prova di carattere. Poi il volo atterra, il portellone si apre, la folla si ricompone in fila, e resta un pensiero semplice: il bagaglio più pesante, spesso, resta quello che ci portiamo addosso.
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