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Potenza, quando l'Upim era come «Il Paradiso delle Signore»
Come «Veneri», anche l’Upim, come le commesse del “Paradiso delle Signore”, fece la sua selezione a Potenza. «E non sarà stato certo un caso che eravamo tutte belle ragazze»
«L’Upim? Era il “Paradiso delle signore” e noi eravamo le Veneri, l’anima del grande magazzino». Una vita racchiusa in una scatola. Tra fotografie e vecchi ricordi c’è un cuore che batte forte. Grazia Carriere, aveva solo 14 anni quando superò la selezione per entrare nell’Upim. Erano gli anni Sessanta e per le signorine potentine era l’inizio di un sogno, lo stesso che rivivono ogni giorno nell’appuntamento con la fiction «Il Paradiso delle Signore». «Lo guardo con nostalgia. Non perdo mai una puntata. Mi ricorda la mia vita quando lavoravo all’Upim». Ben vestita, capelli curati, con la divisa in ordine. «Proprio come le Veneri della tv, sempre impeccabili, qualcuna un po’ meno, ma come accade in tutti i posti di lavoro. C’era chi ci teneva di più e chi meno».
Come «Veneri» Anche l’Upim, come le commesse del “Paradiso delle Signore”, fece la sua selezione a Potenza. «E non sarà stato certo un caso che eravamo tutte belle ragazze», ricorda la signora Grazia aprendo la scatola dei ricordi. «Fammi vedere quando ero giovane. Va bene, ripercorriamo la mia vita. Avevo 14 anni, il centro storico di Potenza era bellissimo venivano anche dai paesi per vederlo. Avevo finito la terza media a giugno e a novembre ho cominciato a lavorare come apprendista commessa. Ero troppo giovane per il lavoro. Così la mattina con altre ragazze andavamo prima alla Camera di commercio per seguire due ore di corsi di apprendiste commesse».
La selezione La scelta delle 72 dipendenti per lo più donne, fu fatta da una squadra di dirigenti arrivati da Milano che avevano preso in affitto alcuni locali nel più grande ed elegante albergo di Potenza. All’epoca entrare in un grande magazzino come l’Upim era davvero una svolta per tante ragazze di famiglie modeste.
Il taglio del nastro «Venne il vescovo, c’era Colombo, il Prefetto, tutte le autorità e noi con la nostra divisa impeccabile, un camice blu, ma era come un vestito con il colletto bianco e la cinta in vita. Ogni tre mesi ci davano un paio di scarpe nere e ogni settimana un buono per il parrucchiere, una confezione al mese di lacca e uno stipendio di 8 mila lire. Gli assistenti non avevano la divisa, ma si distinguevano per la targhetta Upim sui loro abiti. Il loro compito era di promuovere le vendite, seguire le commesse, fare i controlli alle casse e gli ordini. C’era un deposito a rione Mancusi, ma la merce arrivava da Bari».
Sempre nuovi arrivi Ogni settimana un camion e la merce veniva rinnovata continuamente. La clientela era tanta. «Era un magazzino alla portata di tutti», ricorda la “Venere” potentina, per 20 anni commessa, poi diventata promotore di vendita dopo un concorso interno. «Ho tolto la divisa, ma sono rimasta sempre molto ordinata con la targhetta Upim che conservo ancora». La mostra con orgoglio insieme al tesserino, alle foto, a quel bigliettino di un cliente speciale.
Il colonnello «Ma lei non lavorava all’Upim? Mi ricordo molto bene di lei. Era sempre perfetta», le ripetono ancora oggi le persone che l’incontrano. «C’erano clienti che venivano proprio per essere servite da noi. ”Non c’è oggi quella bella signora bruna?”. Allora avevo i capelli neri neri. “Torno domani, allora”». Si instauravano rapporti che duravano nel tempo. E il colonnello? «Erano tanti i militari che venivano all’Upim per acquisti, regali e ci chiedevano consigli. Un giorno venne un Colonnello. C’era il veglione dei militari in Caserma. Si faceva una grande festa ogni anno quando c’era il cambio. E mi chiese consiglio su come vestirsi. Dall’abito, alla camicia, al papillon. Lo vestii di tutto punto. Fu così contento che mi invitò con tutta la mia famiglia a partecipare al veglione. Declinai l’invito, ringraziandolo. Il giorno dopo il Direttore mi chiamò ai piani alti e mi consegnò un mazzo di 30 rose rosse accompagnato da un biglietto che conservo ancora: “Un omaggio alla sua gentilezza”».
E di quell’episodio si parlò molto tra le commesse dell’Upim. «Tutte mi presero in giro per quelle rose». Un pizzico di gelosia. «Ricordo, invece, che mio padre era orgoglioso di avere una figlia assistente all’Upim».
«Solo il mio lavoro» «Oggi le commesse vengono sfruttate, All’epoca eravamo tenute in grande considerazione». Erano un punto di riferimento per tutti, per chi stava bene e poteva spendere e per chi non poteva permetterselo. «Ricordo che usavo il mio tesserino per lo sconto, per aiutare la povera gente che davvero non aveva una lira da spendere, all’epoca c’erano le lire».
Le feste all’Upim Ricordi bellissimi sotto quei lampadari di cristallo in quei saloni sempre brillanti. «Come al “Paradiso” a Natale c’era l’albero gigante e clienti portavano i bigliettini. Ogni anno un regalo e così anche a Pasqua. E per i 25 anni di servizio ci vollero tutti a Milano in un grande albergo. Ricordo la suite e la gita sul lago di Como». Ma i ricordi tornano a Potenza. «Era un magazzino bello, tenuto bene e il centro storico ruotava tutto intorno all’Upim. Con la sua chiusura è iniziato lo spopolamento. Prima il centro era sempre affollato, era l’anima del centro storico».
«Eravamo amiche» Quante amicizie si sono strette in quegli anni. «Trascorrevamo insieme un’intera giornata. Ci volevamo bene. Prima della pandemia ci incontravamo spesso. Poi il Covid ha rovinato anche le amicizie. Ci sentiamo per telefono, ma non è come prima». E il pensiero va a chi non c’è più. «Ricordo Antonietta Pastorino, quanto ho pianto quando è mancata, abitavamo nello stesso palazzo, la mattina andavamo a lavorare insieme. Una persona meravigliosa. Era così meticolosa e precisa nei conti. Lavorava in ufficio e la sera non usciva se prima non era tutto sistemato».
«Lasciai l’Upim prima che chiudesse definitivamente con un incentivo a chi aveva più di 30 anni di servizio». Un pizzico di rammarico per la signora Grazia. «Mi è dispiaciuto lasciare ma ho scelto la famiglia, quattro figli e mia madre che aveva bisogno. Mi è mancata la gente, il contatto umano. Mi chiamavano il poliziotto dell’Upim scoprivo tutti i furti, capivo subito se una persona entrava per comprare o aveva altre intenzioni. Cosa mi è rimasto? Essere sempre impeccabile quando esco, anche se solo per buttare l’immondizia».