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Cappelli: «Il Capodanno Rai ci ha fatto scoprire Potenza»

Lo scrittore potentino Gaetano Cappelli è il protagonista del terzo appuntamento con la rubrica della Gazzetta «Aspettando il 2020»

Cappelli: «Il Capodanno Rai ci ha fatto scoprire Potenza»

POTENZA - Per raccontare il Capodanno di Rai 1 che sbarca di nuovo a Potenza forse ci vorrebbe «una battuta di spirito ebraico o meglio quel witz potentino che ha dato vita alla poesia di Vito Riviello e ai miei romanzi». Con il suo modo così particolare di avvicinarsi e leggere la realtà, lo scrittore potentino Gaetano Cappelli è il protagonista del terzo appuntamento con la rubrica della Gazzetta «Aspettando il 2020». La battuta, il sarcasmo, la satira e l’autoironia lo accompagnano nel suo percorso di scrittore che lo ha portato alla ribalta nazionale. Doti che probabilmente «abbiamo ereditato da Catari, eretici che si rifugiarono a Potenza. In fondo noi potentini siamo eretici: pur essendo del sud estremo, abbiamo un santo patrono che viene da Piacenza, e siamo stati i primi ad innalzare il vessillo d’Italia, dando la spallata definitiva ai Borbone, al di là della retorica astorica del brigantaggio: insomma, abbiamo sempre dimostrato di essere al passo con i tempi, se non avanti».
Avanti sì, ma con l’occhio sempre attento alla tradizione, alle sue origini e alla sua città, Gaetano Cappelli non può che esser un altro testimonial di quello che sta diventando un fenomeno di costume della nostra società: lo sbarco della rete ammiraglia della Rai a Potenza con la carovana national-popolare dello show del Capodanno.

Come passerà la notte di San Silvestro Gaetano Cappelli?
«Al Grande Albergo davanti al suo megaschermo, guardando il Capodanno di Rai 1 con i miei amici, com’è ormai tradizione, da quando accade in Basilicata».

Cosa ti lega a questo evento?
«La scoperta che la nostra città può essere bellissima, come apparve a noi tutti in quella prima volta dell’Anno che verrà, a Potenza. Vedere la piazza piena di luci, colori, suoni, fu un’autentica rivelazione. Come se non l’avessimo mai vista prima. Ma la sorpresa vera è stata che questo entusiasmo si è irradiato in tutti quelli che hanno visto lo spettacolo».

In che senso?
«Nei giorni a seguire ho ricevuto un sacco di telefonate di miei amici in Italia che si sono complimentati per la bellezza delle immagini della piazza di Potenza. Io, la mia città, l’ho sempre raccontata con il classico understatment dei potentini che conoscono il mondo e sanno abitare in un piccolo centro lontano dai sogni. Invece, quelle telefonate, mi dicevano come questo nostro piccolo centro appaia, però, pieno di grazia ed eleganza. E questa è stata la percezione che ne hanno avuto tutti gli artisti e gli addetti Rai che ho incontrato in quei giorni».

Insomma, con l’«Anno che verrà» sembra quasi sia caduto il velo che copriva Potenza?
«Dici bene: è esattamente quello che è successo! Ho conosciuto tante persone entusiaste della città non solo per la sua bellezza discreta, una bellezza che si apre un poco alla volta, ma soprattutto per l’ospitalità che i potentini hanno mostrato. Le racconto un aneddoto. Uno dei dirigenti Rai, appena arrivato in albergo rivolgendosi alla concierge, una signora che da Milano si è trasferita in Basilicata, le ha chiesto: “Come fa lei a vivere qui, a Potenza?”. “Aspetti. Lo capirà lei stesso tra qualche giorno”. Le ha risposto la signora con il suo chiaro accento settentrionale. Come si sa, appena dopo la trasmissione nel Capodanno di Rai 1 del 2016, ci fu una fortissima nevicata. Fu necessario allora lasciare in piazza la strumentazione impacchettata. E che gran sorpresa quando, al ritorno per recuperare il materiale, ci si accorse che nessuno aveva toccato nulla. “Signora aveva proprio ragione!”, ammise in quei giorni il dirigente Rai. “Pensi che hanno rubato tutto perfino a Courmayeur. In più, a Potenza, siamo stati veramente bene, tutti ci hanno accolto benissimo, siete persone di una grande onestà, e la città è davvero deliziosa”. Non è casuale, quindi, il ritorno a Potenza, né è dettato da chissà quali scelte politiche. Molto ha contato la risposta positiva della città».

Ma non sarà forse solo l’effetto televisione a rendere la nostra città improvvisamente attrattiva?
«Be’, diciamo che se quello che è venuto fuori della città del Capodanno Rai è una visione assolutamente inedita, è anche vero che la nostra città si presta particolarmente bene da un punto di vista scenografico. Come appariva non solo in video, ma anche dal vivo, in piazza. Diciamo che la serata a Potenza è stata una delle migliori, e non solo rispetto alle altre in Basilicata».


Potenza bella scoperta, quindi si potrebbe dire, ripetendo un vecchio slogan. Eppure nei suoi romanzi, che hanno girato in tutto il Paese, non ha raccontato questa sua bellezza?
«Nei miei romanzi emerge la sua unicità. La mia Potenza, fuori dagli schemi lamentosi della letteratura meridionalistica, viene descritta per quello che è, con la sua borghesia illuminata. Una città dove, seppur in piccolo, si vive come dappertutto. Una città con una sua intensa vita culturale. Piena di eventi, musica e teatro all’avanguardia. Soprattutto una città civile, senza la cappa della delinquenza, altrove dilagante. E con questa sua bellezza, come si è detto, discreta».

E anche la piazza tanto contestata è stata rivalutata?
«La cosa che funziona di più in piazza Mario Pagano è l’illuminazione. Del resto, è proprio nell’arte delle luci che noi contemporanei abbiamo fatto di più. Una decina di anni fa vidi una mostra di Monet, con questo nuovo sistema di luci e fui certo che nessuno prima avesse mai potuto apprezzare quei quadri in tutta la loro intensa meravigliosa bellezza. Prima si dipingevano capolavori, adesso siamo capaci di illuminarli».

Torniamo al Capodanno potentino. Chi vorrebbe vedere sul palcoscenico della sua città?
«Mi piacerebbe ci fosse Max Tortora, un comico elegante, dotato di grande humor ma portatore di una comicità elegante, non urlata. Tra i musicisti, invece, Alan Sorrenti che canta il suo classico “Figli delle stelle”. È un inno alla gioia di stare insieme degli anni ‘80 e “Serenesse” che invece appartiene al suo periodo hippy. Poi senza la retorica delle celebrazioni funebri, vorrei uno spazio dedicato a Mango e alle sue indimenticabili canzoni».

Come sarà il suo cenone di Capodanno?
«Tradizionale, classico. Con l’Aglianico, il cotechino con le lenticchie che è il piatto in cui viene fuori la tradizione nazionale, ormai acquisita. Poi non può mancare un buon champagne».

Chi vorresti invitare a cena la notte di Capodanno?
«Woody Allen con la sua magnifica arte della conversazione. Potrebbe dispensarci il suo fondamentale insegnamento per affrontare la vita, al di là di tutte le ideologie, le problematiche, i moralismi e ritagliarsi, invece, un proprio modo: “Basta che funzioni”, come recita il titolo del suo film».

C’è un personaggio dei tuoi libri che vorresti invitare?
«Tutti i personaggi potentini di “Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico” avrebbero piacere di partecipare all’Anno che verrà. In questi giorni, il romanzo apparirà nelle vetrine dei negozi chiusi del centro storico. I negozi stanno chiudendo e c’è questo gruppo di giovani - i Portasalza District - che ha deciso di abbellirle con pagine piene di vita e che raccontano una città che potrebbe tornare a essere quello che era».

Se dovessi raccontare Potenza nei suoi sapori, a quale piatto penseresti?
«Al piatto oraziano per eccellenza: le lagane e ceci. Le semplicissime lagane dal latino laganum, uno dei primi riferimenti scritti, in cui si parla di pasta nella storia dell’umanità. Non per nulla era la madeleine di Orazio, la pietanza che nella VI satira del I libro ricorda al poeta la sua vita in Lucania».

Il cibo, il vino ricorrono nei suoi romanzi...
«Appartengono a un periodo non più recentissimo. “Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino aglianico nel mondo”, “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo”, “Stelle, starlet e adorabili frattaglie”. Una trilogia che diventa quadrilogia, con “Una medium, due bovary e il mistero di Bocca di Lupo” che è invece il mio ultimo romanzo. Cerco di descrivere la commedia umana e il cibo ha acquistato una grande importanza oggi, e io mi sono divertito a raccontare il mondo, i personaggi che impersonano questo mondo».

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