Giovedì 13 Dicembre 2018 | 23:45

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I difficili rapporti fra Usa e Arabia Saudita dopo la vicenda terroristica

WASHINGTON - Ufficialmente, Stati Uniti e Arabia Saudita danno una risposta concorde all'orrore della decapitazione dell'ostaggio americano Paul M. Johnson: rafforzare la cooperazione contro il terrorismo.
Ma l'esecuzione del dipendente della Lockheed Martin crea diffidenze tra Washington e Riad, anzi amplifica quelle già esistenti. E anche l'immediata reazione dei servizi sauditi, che, in poche ore avrebbero sgominato la cellula di al Qaida responsabile dell'assassinio, alimenta interrogativi.
Il regime saudita è in un duplice imbarazzo, all'interno e all'esterno. La campagna anti-terrorismo non è popolare in molti ambienti della sua popolazione: c'è la sensazione che gli attacchi agli occidentali abbiano un sostegno popolare. E, agli americani, è difficile comprendere perché l'operazione anti-al Qaida sia stata lanciata solo a ostaggio decapitato.
Ma anche l'Amministrazione americana è imbarazzata: ci sono tali rapporti d'amicizia e d'interesse tra leader statunitensi e sauditi che la credibilità delle reciproche assicurazioni di cooperazione e alleanza ne risulta erosa.
Su questo sfondo, l'uscita fra pochi giorni, nei cinema Usa, di «Fahrenheit 9/11», il film documentario di Michael Moore, sui retroscena dell'attacco all'Iraq, può fare davvero danni al presidente George W. Bush. Moore ha dedicato molte pagine del libro «Dude, where is my Country?» ai rapporti tra le famiglie Bush e bin Laden, da cui esce Osama, capo di al Qaida.

SAUDITI, OFFENSIVA MEDIATICA - A Washington, l'ambasciata di Riad ha intensificato, nelle ultime 48 ore, l'azione di «public relations», affidando a un consigliere di Abdullah, il principe reggente, il compito di spegnere timori diffidenze.
Oggi, Adel al-Jubeir dice che il corpo di Johnson non è stato ancora trovato -ieri, aveva detto il contrario in base a prime frammentarie informazioni- e nota che i servizi sauditi hanno inferto «un colpo importante» ad al Qaida.
Quattro elementi di primo piano di una cellula terrorista, ha spiegato al-Jubeir, sono stati uccisi in uno scontro a fuoco: due elementi di spicco, fra cui Abdulaziz al-Moqrin, il capo, e il suo vice, oltre a un militante coinvolto nell'assassinio di stranieri (fra essi, il cuoco italiano Antonio Amato) a Khobar il mese scorso e a un gregario.
Ma, ammette al-Jubeir, non basta: la caccia agli uomini di al Qaida in Arabia Saudita andrà avanti «fin quando non avremo liberato il nostro Paese dall'ultimo di essi».

ESODO, SCONFITTA E SALVEZZA - Il segretario di Stato americano Colin Powell è fiducioso che gli americani restino in Arabia Saudita nonostante i recenti attacchi contro cittadini americani e la decapitazione di Johnson.
In un'intervista al network Radio America, Powell afferma che un esodo sarebbe una vittoria per i terroristi. Sono dichiarazioni in contrasto con l'invito reiterato dal Dipartimento di Stato agli americani perché lascino l'Arabia Saudita, se non hanno davvero ragioni per restarci.
Con un comunicato sul suo sito web, il Dipartimento di Stato ricorda che il Golfo è una Regione potenzialmente pericolosa per tutti gli occidentali. Peter Bergen, un esperto di lotta al terrorismo, dice che «ci saranno altri Johnson», perché l'eliminazione del presunto killer, al-Moqrin, e della sua cellula non basta a sradicare la violenza dal Golfo.
L'ambasciatore degli Usa a Riad, James Oberwetter, elogia la cooperazione «eccellente» fra sauditi e americani, dice che l'operazione contro il gruppo di al-Moqrin è importante, ma aggiunge che «molto resta da fare». E, quando gli citano le parole di Powell, che piacciono ad al-Jubeir, il diplomatico insiste: «L'invito agli americani a lasciare il Paese resta valido e lo resterà per il prevedibile futuro».
L'Amministrazione statunitense è conscia che i terroristi stanno cercando di prendere di mira gli americani e, se vuole continuare la cooperazionee la condivisione dell'intelligence con i sauditi, cerca anche di ridurre i rischi.
Le aziende presenti in Arabia Saudita sono però riluttanti ad accettare in toto il consiglio del Dipartimento di Stato: «Non puoi aspettarti che 30mila americani facciano i bagagli e se ne vadano da un giorno all'altro», dice Nawaf Obaid, un consulente saudita intervistato dalla Ap.

L'ALLEANZA AMBIGUA - La decapitazione di Johnson è solo l'ultimo, anche se il più agghiacciante, di una serie d'episodi di violenza contro americani e in genere occidentali in Arabia Saudita, nonostante i rapporti ufficiali tra Riad e Washington siano ostentati come eccellenti.
Tra Stati Uniti e Arabia Saudita, i segnali contraddittori s'intersecano: i due Paesi sono ufficialmente alleati contro il terrorismo, ma 15 dei 19 pirati kamikaze dell'11 Settembre erano sauditi; e i sauditi, che offrirono agli americani il proprio territorio e le proprie basi per la Guerra del Golfo del 1991, hanno invece voluto che i militari statunitensi lasciassero il Paese prima dell'attacco all'Iraq l'anno scorso.
Accanto alle relazioni politiche e militari, vi sono poi quelle economiche ed energetiche: un intreccio di interessi corroborato da fatti e voci. Fra i fatti: il principe reggente Abdullah, ma anche l'ambasciatore saudita a Washington, principe Sultan, sono stati ospiti di Bush al ranch di Crawford in Texas. Fra le voci: i sauditi avrebbero promesso all'Amministrazione americana di agire sui mercati per fare scendere il prezzo del petrolio prima del voto di novembre (non c'è prova che l'abbiano promesso, ma l'hanno poi fatto).
L'ambiguità dei rapporti tra Stati Uniti e Arabia Saudita è stata oggetto, pochi giorni or sono, di uno studio prodotto da esperti del Council of Foreign Relations (Cfr).

LEGGI CI SONO, MA NESSUNO CI INCAPPA - L'analisi constata che l'Arabia saudita s'è data leggi e regole per bloccare il flusso di finanziamenti verso organizzazioni terroristiche, ma non ha finora pubblicamente punito persone o gruppi che finanziavano il terrorismo.
Oggi, però, il «New York Times» nota, in prima, citando fonti del Congresso, che non sono mai state trovate prove di finanziamenti sauditi ad al Qaida. E al-Jubeir elogia l'articolo.
Il documento del Cfr è stato esaminato da una commissione del senato, mentre l'ambasciata di Riad a Washington lo ha denunciato come «politicamente motivato». Dal suo esame, senatori autorevoli hanno tratto la convinzione che i sauditi siano «una prima linea della lotta anti-terrorismo»: molti di essi fra i più ricchi e autorevoli avrebbero collegamenti con organizzazioni terroristiche.
Il rapporto del Council of Foreign Relations nota, tuttavia, che l'atteggiamento saudita sarebbe divenuto più cooperativo dopo gli attacchi terroristici della primavera 2003 contro complessi per stranieri a Riad. Ma «il denaro saudita resta la linfa vitale delle operazioni terroristiche», constatano gli esperti.
Lee S. Wolowsky, corresponsabile della task force del Cfr ed ex funzionario del Consiglio per la sicurezza nazionale, dice: «E' spiacevole e inaccettabile che, dall'11 Settembre 2001, non abbiamo saputo di un solo donatore saudita o gruppo di supporto che sia stato pubblicamente punito».
Il rapporto suggerisce una serie di azioni che Washington, e pure le Nazioni Unite, potrebbero intraprendere per rendere Riad più collaborativa.
Giampiero Gramaglia

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