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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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Nefropatia, da Bari diagnosi senza biopsia

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BARI - Eviteranno la biopsia renale e. nel prossimo futuro, avranno una terapia con farmaci privi di quegli effetti collaterali, anche gravi, dati dagli attuali in uso e che controlleranno agevolmente la loro malattia, i soggetti affetti da IgA Nefropatia (IgAN), malattia del rene molto diffusa nel mondo, che può portare, se mal curata, ad insufficienza renale cronica (30% dei malati) fino ad arrivare, nella fase terminale, a richiedere il trapianto di rene. Sarà possibile, grazie a una scoperta fatta dal gruppo del Prof. Francesco Paolo Schena dell’università di Bari, che lavora presso il Consorzio Carso e di cui si è occupata «Kidney International», rivista ufficiale della Società Internazionale di Nefrologia, la più prestigiosa, in materia, nel mondo.

Il lavoro multicentrico internazionale ha permesso di individuare due biomarcatori presenti nel sangue, che permettono la diagnosi di IgA Nefropatia, senza effettuare la biopsia renale, metodo invasivo gravato anche da qualche rischio. I biomarcatori individuati sono piccole molecole di acido nucleico (microRNA) presenti, in elevate quantità, in questi pazienti.
La IgAN, è, appunto, caratterizzata dal massivo deposito IgA (immunoglobuline necessarie alla difesa da infezioni) e proliferazione di particolari cellule, dette mesangiali, disposte intorno ai capillari glomerulari. La IgAN colpisce fino a uno su 79 soggetti nella popolazione generale mondiale. Non è, quindi, una malattia rara. Tra i disturbi che la malattia provoca, spicca l'ematuria evidente o, a volte, microscopica. Ogni volta che un soggetto ha mal di gola o un’infezione dell’apparato respiratorio si hanno urine rosse o color coca cola.

La patogenesi della IgAN non è nota ma Schena e coll, per la prima volta al mondo, hanno individuato i due microRNA che possono regolare il processo riportando i livelli di IgA glicosilata ai valori normali poiché il troppo storpia. «Le future ricerche, già programmate dal gruppo di lavoro, prevedono - dice il prof. Schena - una stretta collaborazione con aziende farmaceutiche sia per trovare un farmaco che possa modulare l’effetto delle due biomolecole nel sangue sia per costruire un kit diagnostico che permetta il loro dosaggio nel sangue, consentendo una diagnosi meno invasiva. Quindi non più cortisone o farmaci immunosoppressivi, che determinano numerosi effetti collaterali, ma nuovi farmaci meno dannosi».

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