lessico meridionale

Contabili e ragionieri nel teatro pugliese

Michele Mirabella

Nessuno di noi teatranti può capacitarsi della disoccupazione del teatro prodotto in Puglia, pur ammirati del coraggio di qualche eroe...

Aprendo un giornale sono tentato da una prassi contratta da ragazzo, quando meditavo di «fare» il teatro: leggere prima le pagine degli spettacoli, con minuscola voluttà, scrutare le notizie, condividere una critica o notare la pigrizia del critico che ha liquidato la pratica con un «Bene tutti, cordiali applausi del rispettabile pubblico».

Ho detto «il lavoro del teatro», non ho parlato di passione da assecondare o di sacri fuochi dilettanteschi. Mio padre, dopo aver seguito al CUT/Bari con Pasquale Bellini, le prove delle mie prime «fatiche» artistiche, mi chiese se, poi, nella vita professionale, mi avrebbero pure pagato per quello che sembrava essere l’esercizio di una meditata e irresistibile passione. Si compiacque e, orgoglioso e silente, non intercettò più la mia strada con lo scetticismo pedagogico praticato in quasi tutte le famiglie: un luogo comune che mi fa tornare in mente un aneddoto che ho già raccontato in queste pagine. Eccolo.

Al mio amico Maurizio Micheli, bravissimo autore e attore, un burocrate di un Municipio che doveva rilasciargli un documento, chiese quale fosse il suo lavoro e Maurizio disse: «attore». L’impiegato, infastidito, sbuffò e insistette: «Che lavoro fai?». E scandì la parola: la-vo-ro! Allora Maurizio tenne duro e obiettò: «scriva quel che vuole, anche disoccupato» ma la ebbe vinta. Era giovane, ma già lavorava e aveva un buon camerino. Il che voleva dire che il suo ruolo nelle compagnie non era secondario. Più tardi avrebbe «fatto ditta», avrebbe, cioè diretto da capocomico. Ero giovane anch’io, posso testimoniarlo, avendo fatto regìe nella sua compagnia. Era bello che ci accomunasse, oltre la passione artistica, il «lavoro del teatro».

Ho visitato il restaurato Teatro Piccinni di Bari, ho ammirato, commosso, almeno le zone più affascinanti di palcoscenico, palchi e platea. Mi piacerebbe verificare se ci sia ancora quel loggione scomodo, ma sublime e affascinante con quella sbarra di ferro sulla quale i più fortunati della prima fila potevano appoggiare la fronte provocandosi visioni esaurienti, ma, anche, cefalee feroci. Il ricordo di Pupella, di Albertazzi, di Peppino, di Lionello, di Randone, della Ferrati, della Moriconi, di Vittorio Gassman, di Glauco Mauri, mi sospinge con smagata malinconia nel ricordo del mio teatro Piccinni dove quella fortuna che sembra proteggere, talora, i teatranti, mi elargì la gioia istruttiva e determinante di frequentare il magistero artistico di Eduardo. E dove torno con la memoria e con la nostalgia tutte le volte che la vita degli artisti si incarica di ricordarci che nella sua scena si entra e si esce. L’importante è farlo bene. Era il tempo delle generose sventatezze che corredano appassionatamente la giovinezza e il teatro e la sua meravigliosa scuola mi regalavano un’esperienza vitale.

Ho citato solo alcuni degli artisti che applaudii al Piccinni, dimoranti per poche sere, ma imperiosamente padroni della mia fantasia e di quella del pubblico. Ne andava doverosamente registrata una virtù sublime e preziosa, un carattere di pregio di cui sembra sempre più manchevole la scena contemporanea, la scena di quel «teatro di ragionieri e contabili» che tanto poco piaceva a Paolo Grassi, il grande fondatore, con Strehler del Piccolo di Milano. Quel carattere è l’ironia. Ed io compresi che andava coltivata e custodita nel baule dei teatranti che si rispettino, nel corredo dei copioni del repertorio, dei trucchi e degli orpelli, delle cartepeste e delle parrucche di ogni attore.

Per questo so che tutta la Compagnia, in questo momento, sorride, ma amaramente incredula. Bari NON ha un Teatro stabile! Pur ospitando qualche valorosa e testarda fatica locale.

Nessuno di noi teatranti può capacitarsi della disoccupazione del teatro prodotto in Puglia, pur ammirati del coraggio di qualche eroe che recita per platee cittadine per via della distanziazione tra le persone resa obbligatoria da un impercettibile nemico degli artisti e della loro arte: la politica «culturale» della Regione. E, in Puglia, non siamo pochi.

Se l’Amministrazione pugliese trovasse l’entusiasmo per far nascere un Teatro Pubblico al Piccinni, vorrei radunare gli stati generali dei teatranti della Puglia e degli italiani dell’arte nostra, del nostro «lavoro», per rileggere insieme un libro che Bellini e Micheli conoscono: «Il Teatro all’Antica Italiana» di Sergio Tofano. Descrive con inarrivabile eleganza e ironia quell’arte, quel «lavoro». Cito solo un particolare: la struttura tipo di una compagnia: il «Padre nobile» e la «Madre nobile», il «Prim’attore» e la «Prima Donna», l’«Amoroso» e l’«Amorosa», «l’attor giovane», «la giovane attrice», il «Carattere», il «Generico», il «Promiscuo». E, infine, il «Generico utilitè per parti con parrucca e senza» che si definiva così sulla sua carta da visita per far capire che era calvo. Oggi tutti disoccupati. Vorrei leggere insieme alla gente del teatro e al pubblico questo libro e vorrei che fosse nel nostro Teatro Piccinni. Per ricominciare.

Privacy Policy Cookie Policy