lessico meridionale
Quel senso italico dell’amor proprio
Il grido «A mia?» lanciato da un fante in divisa è capace di riassumere l’animo di un intero popolo
A scuola m’hanno sempre colpito le parole fatidiche, le frasi solenni, quelle espressioni icastiche che i manuali di storia ammanniscono agli studenti. L’almanacco delle citazioni rigurgita di proposizioni lapidarie riassuntive di vite spese per le Cause. Garibaldi fu il più sintetico con quell’essenziale «Obbedisco» amaro, rabbioso, ma rassegnato. Più circonvoluto, ma commovente quell’incipit savoiardo di Vittorio Emanuele II: «Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia, eccetera».
Mussolini studiò quel «Le porto l’Italia di Vittorio Veneto» rivolto al Re dopo la marcia su Roma. Non sono in grado di precisare se abbia usato il lei o il voi del regime a venire. Indimenticabile quel «Tutto è perduto fuorché l’onore» di Francesco I scritto alla mamma dopo la battaglia di Pavia, persa contro Carlo V. Per non farla stare in pensiero aggiunse «e la vita che è salva». Il manuale trascura l’aggiunta famigliare. Mi sono spesso domandato, da ragazzino, come potessero queste grandi firme aver tempo per escogitare i motti con tutto quello che avevano da fare. I capi di oggi non offrono granché, infatti, troppo presi dal disbrigo degli affari, evidentemente. Ma, anche, vittime del tempo dei mass-media che non consentono riflessioni e consultazioni di poeti d’occasione. Ma, soprattutto, permettono al pubblico la liberatoria pernacchia.
La storia universale finisce per essere la storia di un uomo solo, scrive Borges che, forse, ha letto Solov’ev, teologo, che ci ricorda che nella storia del mondo ci sono avvenimenti misteriosi, ma non insensati ed entrambi conoscono il punto di vista di Carlyle che è convinto che la storia è l’essenza d’innumerevoli biografie e il ragguardevole parere di Emerson che postilla che, in realtà, non esiste storia, ma soltanto biografia. Pogodin, sentenzioso e aforistico, avverte «Ogni uomo agisce per sé, secondo un proprio piano, ma ne risulta un’azione sociale, si realizza un altro piano a lui esterno, e con fili grezzi, sottili e sfatti dalla vita di ognuno, si tesse la tela di pietra della storia».
Giancarlo Fusco, indimenticato giornalista e inimitabile osservatore di costume, nel corso di una conversazione amicale durante un convivio ricco di aneddoti ben conditi che accompagnavano i rigatoni alla Amatriciana, mi raccontava di Gaetano, un soldatino siciliano che serviva la Patria in trincea con altri innumerevoli fanti, durante la Prima Guerra Mondiale.
Serviva, fuor di retorica, era il termine giusto: infatti, la recluta riuscì a manovrare come il personaggio interpretato da Alberto Sordi nel capolavoro di Monicelli, il film La Grande Guerra: si era imboscato, pacificamente svicolando, come sguattero, furiere, cuoco, attendente, postino.
Era riuscito per quasi tre anni di guerra a non imbracciare mai, dico mai, il fucile. Ai primi botti, alla brusca perentorietà degli ordini, alle urla di ogni genere, si rintanava buono buono, servendo, rammendando, curando, confortando, cucinando. E pregando.
Un brutto giorno gli Austroungarici compirono una violenta sortita e guadagnarono molto terreno riuscendo quasi ad occupare la trincea italiana. I nostri vacillarono paurosamente e, nella tempesta di fuoco, un proiettile sfiorò, con tocco veniale, l’elmetto del nostro cuciniere, siculo attendente, che, rannicchiato nel fondo della trincea aspettava l’epilogo della battaglia per reagire e indietreggiare prudentemente. Fu un attimo: Gaetano si levò in piedi, si cavò l’elmo, guardò l’ammaccatura e, ergendosi furente nella fanghiglia, gridò: «A mia?» (A me?) e si avventò come una belva contro gli attaccanti, all’arma bianca. L’esempio infiammò i fanti e tutto il reggimento si avventò nel contrattacco che fu irresistibile. Al termine del combattimento vittorioso, espugnate le trincee avversarie, Gaetano se ne tornò alle marmitte lemme lemme. Qualcuno giurò d’averlo sentito completare l’urlo di battaglia con un «A mia non si manca di rispetto».
Si favoleggiò del fatto che, dopo questo contrattacco, pare sia cominciata la vittoriosa e definitiva battaglia di Vittorio Veneto. Ma, forse, questo lo inventò Fusco, brindando.
Gli Italiani sono fatti così, la difesa del «particulare», l’orgoglio individuale, l’amor proprio, il proprio interesse, funzionano, spesso, nei conflitti di ogni genere più che il ragionamento, il calcolo, la previsione e la prudenza. Nel caso del temerario Gaetano la furia fu scatenata dalla constatazione di piccolo, ma furioso, calibro che tra gli obiettivi complessi del nemico fosse prevista l’aggressione al Fante Gaetano. Solo per l’agile umorismo di Giancarlo Fusco esprimo la gioia di incastonare tra le memorie lapidarie della Storia maiuscola, la minima, fustigante staffilata di quel «A mia?» sparata dalla popolare furia di un solo cittadino in uniforme di fante che raduna, implicitamente, sotto quell’elmo ammaccato, l’intero popolo italiano. Non passa alla storia, ma è arruolato di certo dalle riflessioni paradossali di un giornalista.