Milano, 20 gen. (Adnkronos Salute) - Più giovani dopo il vaccino. La vaccinazione contro l'Herpes zoster - il fuoco di Sant'Antonio - non solo protegge dalla malattia, ma può anche contribuire a un invecchiamento biologico più lento negli anziani. E' la conclusione di uno studio della Usc (University of Southern California) Leonard Davis School of Gerontology, pubblicato su 'Journals of Gerontology, Series A: Biological Sciences and Medical Sciences' e sostenuto dal National Institute on Aging (Nia) dei National Institutes of Health (Nih). Utilizzando i dati dello U.S. Health and Retirement Study finanziato dal Nia, rappresentativo a livello nazionale, i ricercatori hanno cercato di capire come la vaccinazione anti-zoster abbia influenzato diversi aspetti dell'invecchiamento biologico in oltre 3.800 partecipanti che nel 2016 avevano dai 70 anni in su. "Coloro che hanno ricevuto il vaccino contro l'Herpes zoster - riportano gli scienziati - hanno mostrato in media un invecchiamento biologico più lento rispetto ai non vaccinati". Un 'effetto giovinezza' che si manteneva anche tenendo conto di altre variabili sociodemografiche e sanitarie.
L'Herpes zoster o fuoco di Sant'Antonio - spiegano gli autori - è un dolorosa eruzione cutanea vescicolare causata dalla riattivazione del virus della varicella (Varicella zoster); chiunque abbia avuto la varicella, quindi, è a rischio di contrarre l'Herpes zoster. Sebbene il fuoco di Sant'Antonio possa manifestarsi in giovane età, il pericolo è maggiore per gli over 50 e le persone immunodepresse. La vaccinazione, generalmente somministrata agli anziani, offre protezione dall'Herpes zoster e riduce il rischio di nevralgia posterpetica, un pesante dolore cronico che può conseguire all'infezione. Sebbene i vaccini siano progettati per proteggere dalle infezioni acute, recenti ricerche hanno evidenziato una possibile correlazione tra i vaccini per adulti (inclusi quelli per l'Herpes zoster e l'influenza) e una minore probabilità di demenza e altre malattie neurodegenerative, sottolinea Jung Ki Kim, professore associato di Gerontologia e primo autore del lavoro. "Questo studio - afferma - si aggiunge alle prove emergenti che i vaccini potrebbero svolgere un ruolo nel promuovere un invecchiamento sano modulando i sistemi biologici, oltre alla prevenzione delle infezioni".
A differenza dell'invecchiamento cronologico - chiariscono gli scienziati - l'invecchiamento biologico si riferisce al modo in cui il corpo e la funzionalità di organi e sistemi cambiano nel tempo. Due 65enni, coetanei per l'anagrafe, biologicamente possono apparire molto diversi: uno più giovane 'dentro', l'altro più vecchio della sua età. Nella nuova ricerca Kim e la coautrice Eileen Crimmins, docente all'Usc, che insegna Gerontologia all'Aarp (American Association of Retired Persons), hanno misurato 7 parametri dell'invecchiamento biologico: infiammazione, immunità innata (le difese generali dell'organismo contro le infezioni), immunità adattativa (le risposte a specifici agenti patogeni dopo l'esposizione o la vaccinazione), emodinamica cardiovascolare (flusso sanguigno), neurodegenerazione, invecchiamento epigenetico (cambiamenti nel modo in cui i geni vengono disattivati o attivati), invecchiamento trascrittomico (cambiamenti nel modo in cui i geni vengono trascritti in Rna e quindi tradotti in proteine). Il team ha anche messo insieme i dati ottenuti, ottenendo un punteggio complessivo (composito) di invecchiamento biologico. "In media - riferiscono i ricercatori - i vaccinati presentavano livelli di infiammazione significativamente più bassi, un invecchiamento epigenetico e trascrittomico più lento e punteggi di invecchiamento biologico composito più bassi".
I risultati, proseguono gli autori, forniscono maggiori informazioni sui possibili meccanismi alla base dell'interazione tra salute immunitaria e invecchiamento. Gli scienziati chiamano in causa l'infiammazione cronica di basso livello, un fattore noto che contribuisce a molte condizioni legate all'età, tra cui malattie cardiache, fragilità e declino cognitivo. Un fenomeno definito 'inflammaging', ricorda Kim. "Contribuendo a ridurre questa infiammazione di fondo, probabilmente prevenendo la riattivazione del virus che causa l'Herpes zoster, il vaccino può svolgere un ruolo nel supportare un invecchiamento più sano", ragiona l'esperto. "Sebbene gli esatti meccanismi biologici restino da comprendere - precisa - il potenziale della vaccinazione nel ridurre l'infiammazione la rende un'aggiunta promettente a strategie più ampie volte a promuovere la resilienza e rallentare il declino correlato all'età".
I benefici potrebbero non essere transitori, bensì duraturi. Analizzando l'impatto del tempo trascorso dalla vaccinazione sui risultati osservati, Kim e Crimmins hanno rilevato che i partecipanti vaccinati 4 o più anni prima di regalare alla scienza un campione di sangue mostravano comunque un invecchiamento epigenetico, trascrittomico e biologico complessivo più lento, in media, rispetto ai partecipanti non vaccinati.
"Questi risultati - commenta Crimmins - indicano che la vaccinazione influenza domini chiave legati al processo di invecchiamento. Sebbene siano necessarie ulteriori ricerche per replicare ed estendere questi dati, soprattutto utilizzando disegni longitudinali e sperimentali, il nostro studio si aggiunge a un crescente corpus di lavori che suggerisce come i vaccini, oltre a prevenire malattie acute, potrebbero svolgere un ruolo nelle strategie di invecchiamento sano".
















