Icaro
Lo scrittore curdo Sönmez: «Combattiamo solo per noi stessi»
Invitato alla rassegna, che festeggia nel 2026 i 25 anni partendo dalla trasferta in Inghilterra, Sönmez ha presentato il libro Gli amanti di Franz K. edito da Nottetempo
Cuciti addosso il crisma dell’autorevolezza e – soprattutto – del coraggio, Burhan Sönmez, scrittore di origine curda nato in Turchia, si è presentato pochi giorni fa a Londra, ospite del festival “Il Libro Possibile”. Invitato alla rassegna, che festeggia nel 2026 i 25 anni partendo dalla trasferta in Inghilterra, Sönmez ha presentato il libro Gli amanti di Franz K. edito da Nottetempo, storia ambientata a Berlino Est nel 1968, in pieno Socialismo reale, quando il Muro divideva in due non solo la città ma il mondo. Sönmez è l’emblema del letterato militante. Presidente del Pen International (associazione mondiale di scrittori che promuove dialogo e cooperazione intellettuale), da anni difende autrici e autori minacciati, memore delle feroci (e anche violente) discriminazioni da lui subite in Turchia sia per l’appartenenza alla minoranza curda sia per le idee politiche. Il romanzo ispirato a Kafka è il primo scritto da Sönmez nella lingua madre. Un omaggio coraggioso – ed «eversivo» agli occhi della Turchia – all’etnia curda, all’odissea di un popolo che rivendica uno Stato da tempo immemore. «Icaro» ha avvicinato Burhan Sönmez. Imperdibile l’occasione per chiedergli un pensiero sulla guerra in corso nel Golfo Persico, sul ruolo degli intellettuali, sul futuro della comunità internazionale.
I curdi e il conflitto in corso. Dire che si cerca di coinvolgerli è addirittura un paradosso: sono già coinvolti per il solo fatto di vivere nelle zone interessate allo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele. Cosa succederà al suo popolo? Cosa pensa dell’idea di combattenti curdi sul terreno, con i rischi di costi umani altissimi?
«Prima di tutto i curdi non combatteranno per altre potenze. Il loro intervento in questo conflitto non darà nessun beneficio ai curdi. Questo conflitto non porta libertà a nessuno, agli iraniani o ai curdi, a nessuno. Questo è il primo punto. Il secondo è che le persone dovrebbero vedere la situazione anche dal punto di vista dei curdi. I curdi hanno combattuto contro l’Iran dal 1946. Esattamente 80 anni fa è iniziato quando l’esercito iraniano ha invaso la Repubblica del Kurdistan. Da allora i curdi hanno combattuto per la loro libertà contro il regime dello Shah. Niente è cambiato per noi. Ma quando combattiamo per la nostra libertà, non lo facciamo per il beneficio di poteri lontani. Noi combattiamo per noi stessi.»
Secondo lei questa è la terza guerra mondiale, la terza guerra del Golfo o il primo conflitto globale nel quale ci si batte non più solo per il petrolio ma anche per altre risorse preziose come l’acqua?
«Penso che siamo in una nuova situazione in tutto il mondo. Dobbiamo trovare un nome nuovo per questo. È un conflitto permanente, un conflitto continuo. Di solito un conflitto ha un limite geografico e temporale. Ma questo conflitto permanente o questa crisi permanente, in tutto il mondo, è il nuovo standard delle forze internazionali. Questa è la ragione per cui la pace, la difesa del diritto internazionale e la regolamentazione delle istituzioni internazionali, come le Nazioni Unite, sono essenziali oggi. Ora le grandi potenze dicono che non abbiamo più bisogno di queste istituzioni, solo per non avere costrizioni normative o ostacoli alla loro volontà. Dobbiamo cercare di opporci a questa nuova tendenza.»
Lei è autore di gesti letterari e politici clamorosi, come la decisione di scrivere il suo ultimo romanzo in curdo e non più in turco. Quanto ancora possono contare la cultura, la letteratura in particolare, nella formazione di una visione del mondo, nella lettura dei fatti, di fronte a quello che sta succedendo?
«La cultura, a lungo termine, è la cosa principale. Perché come uomini, la cosa che ci unisce è la nostra cultura. È qualcosa di cui possiamo trovare origine in ogni paese, in ogni società. Ad esempio io ora vivo nel Regno Unito, vengo dalla Turchia, sono di origine curda. Oggi possiamo spostarci e possiamo fare cose ovunque, perché ci sono persone come noi, nel Regno Unito, in Italia, in Turchia, negli Stati Uniti. Voglio dire che quando noi alziamo la voce anche per gli altri popoli stiamo combattendo con loro, anche a distanza».
Nel suo ultimo romanzo riflette su libertà, giustizia e oppressione attraverso Kafka e attraverso la figura di Max Brod, che salvò i manoscritti dell’autore ceco. Lo fa usando la lente del socialismo reale, ambientando il romanzo nella Germania Est del 1968. Un espediente letterario efficace attraverso il quale lei sembra anche sollecitare la cattiva coscienza dell’Europa di fronte a dittature e conflitti. La convince questa lettura?
«Nella letteratura cerchiamo di creare una nuova verità. In questa nuova verità, non accettiamo la realtà del mondo. È una realtà fatta da noi o dalla società. E poi arriva l’artista che dice che non è vero, che c’è un’altra dimensione, un’altra possibilità. Nel mio libro cerco di fare così, di portare una nuova visione con la lingua di Kafka e la visione delle persone che hanno combattuto nel 1968 durante la rivolta studentesca in Europa. E attraverso questo cerco di vedere il mondo dal punto di vista della letteratura».