Lo studio

L’Ariosto filtrato dal filosofo: l’opera di Croce

Alfonso Musci

È tornato in libreria l’Ariosto di Benedetto Croce a cura di Giuseppe Galasso (Adelphi 2025), già parte del trittico Ariosto, Shakespeare e Corneille (1920). Le date non sono accidenti e quelle di composizione di questo saggio vanno da maggio a dicembre del 1917, un anno tellurico per la vita privata di Croce e per la storia mondiale; per la morte del suo unico figlio maschio di nome Giulio, in aprile, e per la disfatta di Caporetto tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. Uno studio nato «tra molte interruzioni e con l’animo sempre oppresso da un grave peso» (15 dicembre). Bisognerebbe aggiungere che tra le cause dello sfondamento austro-tedesco a Caporetto vi fu il collasso del fronte orientale provocato dalla Rivoluzione d’Ottobre e dall’uscita di scena della Russia dalla guerra, un evento di cui Croce non parla in presa diretta ma che fu certamente, ai suoi occhi, uno di quei spaventosi mutamenti circonfusi tra storia e natura.

Non deve stupire che in questo clima di sconquasso il filosofo decidesse di dedicarsi ad Ariosto e non solo, anche a Goethe, in cerca di un’altra Germania, cosmopolitica e non nazionalista. In Ariosto volle indagare il canone di un’esistenza vissuta nel segno della ricerca dell’armonia, della serenità e dell’amore. Tutti valori messi in crisi in quei terribili anni bui. Non a caso scelse Ariosto che in vita fece in tempo a denunciare la barbarie distruttiva delle nuove armi da fuoco facendo dire ad Orlando, al cospetto delle armi di Cimosco, il re di Frisia, nell’XI canto dell’Furioso: «O maladetto, o abominoso ordigno, che fabricato nel tartareo fondo fosti per man di Belzebú maligno che ruinar per te disegnò il mondo …».

Questa volontà di contrappunto alla guerra e alla barbarie rende il saggio crociano un vero luogo ameno, un paesaggio di pace soleggiato. L’intenzione, perfettamente riuscita, è quella di individuare il carattere più proprio dell’ispirazione ariostesca superando i vecchi problemi di classificazione del genere del poema: l’armonia, l’ironia, gli affetti familiari, il cuore del suo cuore nell’amore per la donna. Diverso per questo dai pur grandi cantori di quella passione nel suo tempo: Pulci, Boiardo, Poliziano.

Ma è questo un tipo lettura che tende a sfrondare e stupisce infatti, ad esempio, che nei nove capitoletti del libro il filosofo non dedichi spazio alla grande visione della Luna; al viaggio di Astolfo sull’Ippogrifo che colpì invece tutti i più grandi, da Galileo Galilei a Italo Calvino. E proprio quest’ultimo, nel 1968, in un’intervista su Scienza e Letteratura, parlando di Galilei come uno dei maggiori «prosatori italiani» scriveva: «Leggendo Galileo mi piace cercare i passi in cui parla della Luna: è la prima volta che la Luna diventa per gli uomini un oggetto reale, che viene descritta minutamente come cosa tangibile, eppure appena la Luna compare, nel linguaggio di Galileo si sente una specie di rarefazione, di levitazione, ci s’innalza in un’incantata sospensione. Non per niente Galileo ammirò e postillò quel poeta cosmico e lunare che fu Ariosto».

In apertura del Sidereus Nuncius (1610) la convivenza tra cannocchiale e sguardo da poeta è palpabile: «Bellissima cosa e oltremodo a vedersi attraente è il poter rimirare il corpo lunare … così da vicino …; e quindi, con la certezza che è data dall’esperienza sensibile, si possa apprendere non essere affatto la Luna rivestita di superficie liscia e levigata, ma scabra e ineguale, e allo stesso modo della faccia della Terra, presentarsi ricoperta in ogni parte di grandi prominenze, di profonde valli e di anfratti». Come Ariosto anche lo scienziato pisano, nel sognare la luna al cannocchiale, dialogava profondamente con i classici, ad esempio col Plutarco del Volto della luna (De facie quae in orbe lunae apparet, I-II sec. d.C.) che tanto piacque a Keplero.

Ariosto però cent’anni prima di Galileo tentò un’impresa di segno contrario. Non solo il volo sulla Luna, ma la Terra vista dalla Luna, come piccola e talvolta meschina. E tutto questo accadrà sul serio con gli Astolfo del nostro tempo, da Neil Armstrong a Luca Parmitano.

Ma perdiamoci nel trentaquattresimo canto del Furioso. Nulla nell’universo si perde, le cose smarrite in Terra vanno sulla Luna. La fama, le preghiere, le lacrime, i sospiri, il tempo sprecato, e in ampolle sigillate si conserva il senno di chi lo perse. La Luna quella notte passava sulla montagna vicino ad Astolfo e a Giovanni Evangelista e salendo sul carro d’Elia essi videro la luna farsi enorme e la Terra impicciolire. Astolfo dovè aguzzare le ciglia, la Luna apparve come un altro mondo, con fiumi, laghi, pianure, città, castelli. Un doppio della Terra ma invertito. E se la ragione degli uomini si conserva su quell’astro vuol dire che tra noi umani non è rimasta che pazzia.

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