icaro
Qui, dove la poesia scrive la dignità del mondo
C’è un luogo sulla terra dove l’aria pesa più del piombo, dove il cielo non promette pioggia ma fuoco, e dove la vita stessa è diventata un atto eroico quotidiano. Quel luogo ha un nome: Gaza.
C’è un luogo sulla terra dove l’aria pesa più del piombo, dove il cielo non promette pioggia ma fuoco, e dove la vita stessa è diventata un atto eroico quotidiano. Quel luogo ha un nome: Gaza.
Oggi Gaza è un inferno all’aperto, un frammento di mondo che brucia sotto l’indifferenza globale.
Ho avuto l’onore – e il peso – di tradurre le loro voci nell’antologia Il loro grido è la mia voce (Fazi editore). Un lavoro che mi ha trafitto e nutrito. Non si tratta solo di poesia: si tratta di testimonianza.
Tradurre quei versi è stato come camminare a piedi nudi sul filo spinato della realtà. È stata un’esperienza notturna e immersiva: dopo le giornate passate in Conservatorio, mi sedevo davanti al testo con gli occhi stanchi ma con il cuore in allerta. Sullo schermo scorrevano le immagini dei canali indipendenti, di Al Jazeera, dei social: volti senza luce, corpi sepolti, mani che scavano sotto le macerie. E io ritrovavo tutto questo nei versi che avevo appena finito di tradurre. La poesia diventava immagine. L’immagine tornava poesia.
“La tenda non è una casa, è una promessa d’attesa/ e ogni impeto del vento ti ricorda che sei di passaggio/ su una terra che non porta il tuo nome.” (Yousef Alqedra) Ma queste poesie ci dicono anche qualcosa di più radicale, più scomodo. Ci dicono che la civiltà occidentale è morta. È morta perché ha scelto scientemente di ignorare. Ha calcolato, misurato, classificato il dolore, decidendo che alcuni popoli possono essere sterminati, e che l’ipocrisia può bastare come giustificazione.
Quella che chiamiamo “comunità internazionale” ha sacrificato il diritto e la dignità sull’altare della geopolitica. Ha scelto il silenzio. Ha scelto la complicità. E ha reso evidente che le leggi, i valori, la democrazia stessa come sistema civile non sono più che parole vuote se applicate a geometria variabile.
E a chi, come Roberto Vecchioni, si chiede retoricamente: “In Europa abbiamo Socrate, Spinoza, Hegel, Leopardi. Ma gli altri le hanno queste cose?” Rispondo: Noi abbiamo qualcosa che voi avete perso: l’umanità. E se la vostra conoscenza ha partorito l’indifferenza, l’obbedienza servile al potere, il colonialismo mascherato da cultura, la vostra è una conoscenza sterile. È un sapere che non ha salvato nessuno. È una letteratura morta. Perché se Leopardi oggi tacesse davanti a Gaza, non sarebbe altro che complice.
La verità è che i poeti di Gaza, oggi, sono più universali di qualsiasi filosofo europeo. Scrivono senza corrente elettrica. Scrivono senza pane, senza sicurezza, senza tempo. Eppure scrivono, e salvano la parola dal baratro.
“Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?/ Significa chiedere scusa,/ chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,/ agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,/ alle lunghe crepe sul fianco delle strade, / ai bambini pallidi, prima e dopo la morte/ e al volto di ogni madre triste,/ o uccisa!” (Hind Joudah)
Questa antologia non è un libro di poesie. È una mappa della dignità. È un archivio della vergogna del mondo. È un atto d’amore, ma anche un grido.
E nel cuore di ogni verso pulsa una parola intraducibile: sumūd. Che non è solo resistere. È la capacità di restare in piedi dentro la fine, di continuare a cucinare, a scrivere, a sognare, mentre tutto crolla.
Oggi Gaza è diventata il cuore del mondo. E anche se quel cuore è martoriato, continua a battere.
Grazie alle parole. Grazie alla poesia. Grazie a chi non si arrende.
Perché mentre chi ha il potere costruisce silenzi, noi abbiamo ancora il dovere di accendere parole. E se oggi la civiltà è morta, che sia la poesia dei dannati della terra a farci nascere di nuovo.