Icaro

«La democrazia è difficile»

Giacomo Fronzi

Il vuoto tra partiti e intellettuali

Tra i diversi limiti che i partiti di matrice progressista hanno manifestato negli ultimi anni, possiamo senz’altro annoverare la distanza sempre maggiore tra le loro strutture organizzative e gli intellettuali di professione. Non pensare alla politica e alla filosofia come vie complementari ed entrambe frutto di un equilibrio tra teoria e prassi significa ritenerle incapaci di analizzare profondamente il reale e di individuare le soluzioni e i soggetti destinatari (e allo stesso tempo agenti) di un effettivo progetto di rinnovamento. Laddove, invece, di tale progetto si sente chiaramente la drammatica urgenza, soprattutto come risposta a una sempre più forte tendenza all’indebolimento delle democrazie liberali e a un graduale ridimensionamento degli spazi della partecipazione.

Ad esempio, partendo dal tema della democrazia e del ruolo dei partiti politici, si dovrebbe procedere con una serrata critica filosofica del potere, intesa come punto di partenza per la progettazione di una democrazia reale e compiuta, in cui il potere è valido soltanto nella misura in cui è legittimato dal basso, è universalmente partecipato e formalizza non rapporti di dominio e di sudditanza, ma rapporti di reciprocità. Qual è lo stato di salute della nostra democrazia? Sono ancora validi i requisiti del governo democratico, esposti da Norberto Bobbio, come la partecipazione, il controllo e la libertà del dissenso? Il fatto è che la democrazia è difficile, come scriveva Irving Fetscher, anche per via di una serie di paradossi che le sono connaturati: 1. chiediamo sempre più democrazia in condizioni sempre più sfavorevoli; 2. lo stato moderno è cresciuto non solo in termini di dimensioni ma anche di funzioni (burocrazia); 3. lo sviluppo tecnico ha comportato il fatto che sono aumentati in forma sempre più accelerata i problemi che richiedono soluzioni tecniche (tecnocrazia); 4. il contrasto fra processo democratico e società di massa, la quale tende verso il conformismo generalizzato e l’intorpidimento della coscienza critica, che è invece alla base di una società democratica. E alla base di una società democratica ci sono anche, come detto, la partecipazione e il consolidamento e l’ampliamento delle condizioni che la favoriscono.

Senza dubbio, il tema della “cittadinanza”, oggetto di un imminente referendum popolare, costituisce una questione particolarmente delicata e che è al centro del volume Cittadinanza. Riflessioni filosofiche sull’idea di emancipazione. Questo lavoro andrebbe riletto e riscoperto perché, nonostante sia stato pubblicato da Salvatore Veca nel 1990, ancora oggi appare ricchissimo di sollecitazioni e di indicazioni per il mondo (e per la sinistra) del Terzo millennio. In questo prezioso libro, il filosofo milanese, nato a Roma, si pone come obiettivo quello di formulare argomenti filosofici attorno all’idea di cittadinanza, idea profondamente connessa a quelle di emancipazione e di democrazia. Secondo Veca la grande impresa della trasformazione degli schiavi in sudditi e dei sudditi in cittadini non ha mai fine, tanto nei paesi più ricchi quanto in quelli più poveri. Nell’epoca della solitudine della democrazia, dell’oscillazione fra universalismo e tribalismo, della Terza guerra mondiale a pezzi, come la definì papa Francesco, se le persone fanno esperienza della sofferenza evitabile, della crudeltà fisica e morale, dell’umiliazione e della degradazione, sarà necessaria, secondo Veca, una filosofia dell’emancipazione, un pensiero della giustizia e dei diritti orientato verso la liberazione delle persone, dei gruppi e dei popoli. Occorreva, alla fine degli anni Novanta, e occorre ancora oggi una filosofia politica della cittadinanza orientata verso un obiettivo preciso, posto già da Bobbio ne Il terzo assente (1989), vale a dire l’utopia cosmopolitica di una società civile dei cittadini del mondo intesa come l’impossibile verso cui tale filosofia deve tendere, così da realizzare quanto possibile nei tempi dell’“utopia capovolta” (Cittadinanza, p. 14). È un’utopia da coltivare, nel tempo dell’ingiustizia distributiva e dei conflitti permanenti. Un’utopia che, partendo dall’analisi del “come”, del “quando” e del “dove” della partecipazione democratica, potrebbe favorire la creazione di rapporti tra persone, popoli e stati di natura realmente solidaristica e comunitaria.

 

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