Icaro
L’eterno crimine in tv: l’era del giallo
In Germania i suoi gialli televisivi erano detti “Straßenfeger”, spazzastrade, perché quando venivano trasmessi le città si svuotavano, tutti restavano a casa per scoprire chi fosse l’assassino. Si parla di Francis Durbridge (1912-1998) e dei suoi gialli dai perfetti meccanismi enigmistici, matematica applicata alla narrativa. Uno schema che funzionava dappertutto, malgrado la sua origine inglese. Durbridge non affidava lo scioglimento dell’enigma a un investigatore onnisciente. Le inchieste erano svolte da normali ispettori di polizia. Erano le trame a snodarsi da una puntata all’altra, per approdare a una rivelazione che spiazzava. Si ricordi Melissa, dove l’esistenza di una donna viene smascherata come un terribile inganno di cui è vittima l’ignaro marito. Nella versione italiana, un angosciato Rossano Brazzi viene dapprima sospettato quindi commiserato da Turi Ferro, nel ruolo di un capace funzionario di Scotland Yard.
La RAI in bianco e nero degli anni ’60 attinse da Durbridge per sceneggiati il cui share è imparagonabile a quelli attuali. Arricchiti da attori e attrici quali Ivo Garrani, Antonella della Porta, Sergio Fantoni, Claudia Giannotti, Valeria Fabrizi, Ferruccio De Ceresa, Alberto Lupo-Harry Brent, Corrado Pani. Iconografici anche quando c’era soltanto da accendere una sigaretta e portarla alla bocca nervosamente sul filo del climax.
Il 28 settembre 1969 va in onda la prima puntata di Giocando a golf una mattina. I titoli di testa li elenca una voce fuori campo, mentre sul piccolo schermo scorrono immagini della swinging London, fra le quali primi piani di gambe femminili in minigonne, alternate a momenti della puntata che seguirà. Il regista Daniele D’Anza trionfa grazie a un cast che comprende Luigi Vannucchi, Aroldo Tieri, l’affascinante Marina Berti, Mario Carotenuto, la bellissima Luisella Boni e Sergio Graziani, già straordinario doppiatore.
Nel 1973 è la volta di Lungo il fiume e sull’acqua, diretto da Alberto Negrin, con il successo discografico alla sigla, Vincent, cantata da Don McLean.
Gli adattamenti da Durbridge si prolungarono fino agli anni ’70 e ai primi ’80, quando la RAI divenne a colori, e alle telecamere subentrarono le cineprese.
Il retaggio precedente restava, dovuto all’inventiva di Francis Durbridge, attivo dagli anni ’30, nei quali dominava la radio. La concezione di giallo a puntate, ciascuna terminante con un colpo di scena che apriva a quella successiva, aggiornava all’etere il repertorio del feuilleton. Efficace anche senza il supporto visuale. Anzi, erano più stimolanti per l’immaginazione i rumori e la riproposta moderna della scenografica verbale di Shakespeare. Quello che non poteva essere mostrato veniva suggerito dai dialoghi, descrittivi ed esplicativi.
Durbridge conferma il primato della detection, l’indagine con rivelazioni crescenti contrapposta alla scuola dei duri americana. Non detective privati più deprecabili dei criminali cui dànno la caccia, bensì scenari suburbani, villette a schiera, la quotidianità della classe media. Il tutto assemblato sotto forma di puzzle polizieschi per inchiodare l’ascoltatore e in seguito il telespettatore alla metrica degli episodi che conducono alla soluzione.