Icaro
Ragazzi in pericolo nel mondo di Narciso
La riflessione di Rovelli sul disagio dei giovani
Il disagio adolescenziale ha ispirato da sempre psicologi, saggisti, filosofi nella disamina delle sue cause. Umberto Galimberti nel suo L’ospite inquietante parla del nichilismo giovanile che azzera tutti i valori umani. Marco Rovelli, docente di storia e filosofia, musicista, scrittore fornisce un contributo importante al dibattito con il suo ottimo saggio Non siamo capolavori. Il disagio e il dissenso degli adolescenti (Laterza 2025). La sua analisi prende corpo a partire da una descrizione della società contemporanea intesa come società della performance, dove l’imperativo categorico è essere imprenditori di se stessi. La società dell’Edipo fondata su divieto e trasgressione dei primi del ‘900 è stata soppiantata dalla società del Narciso fondata sulla spasmodica ricerca del consenso altrui e del riconoscimento sociale. I giovani sono più esposti a questo pericolo, sottoposti al peso del giudizio altrui e dell’occhio vigile della società performativa. L’Io non si struttura più a partire dalle relazioni col mondo e con l’altro ma in una sorta di circolo vizioso di sguardi e di sovraesposizione mediatica; notevole la citazione dell’opera teatrale di J.P. Sartre, A porte chiuse, in cui “l’inferno sono gli altri”. L’educazione prestazionale sfocia nel terrore della caduta, nell’ansia, negli attacchi di panico, nei disturbi del comportamento alimentare, nell’autolesionismo, nella solitudine, nella rabbia, nel ritiro sociale, nell’abuso di sostanze - che Rovelli chiama significativamente la rivincita di Dioniso - e nella volontà di morte. Eppure basterebbe ascoltarli questi adolescenti, invitarli alla relazione con l’altro, con chi educa o dovrebbe farlo nel migliore dei modi; ma le istituzioni scolastiche falliscono poiché sostengono l’impianto performativo della società narcisistica.
La paura di “non farcela” sembra essere lo spettro più diffuso tra questi adolescenti, non perché essi siano più fragili di noi ma perché lo specchio deformante della società li esige perfetti, compiuti, risolti. La scuola diventa dunque scuola dei capolavori, in cui l’errore o la caduta non sono contemplati come tappe di crescita ma riprovati socialmente come segno di inadeguatezza. Non a caso Rovelli inserisce come esergo la celebre citazione di Samuel Beckett «Ho sempre provato, ho sempre fallito, non importa, proverò ancora, fallirò ancora, fallirò meglio» per incoraggiare la perseveranza e l’apprendimento dall’errore. L’attuale società degli individui - secondo Rovelli - ha cancellato secoli di solidarietà identitaria che si manifestava in consorzi politici, religiosi, etici, artistici, in una prospettiva di condivisione valoriale che oggi non esiste più. Ed ecco che il disagio psichico - degli adolescenti ma non solo - dovrebbe rappresentare un “problema politico” della società contemporanea, riguardare tutti e non il singolo; l’egemonia culturale neoliberale ha azzerato il concetto di relazionalità che connota il genere umano da sempre poiché l’identità si costruisce in seno alla relazione con l’Altro.
Nel suo saggio Soffro dunque siamo. Il disagio psichico nella società degli individui Rovelli scrive: «Nella narrazione egemone della società degli individui la natura relazionale della persona umana, la sua natura sociale, scompare: scompare la sua storia, scompare la parola». Il corpo degli adolescenti diventa il terreno di questo scontro epocale, corpo che parla con la sua sofferenza, con il rifiuto del cibo, con le ferite autoinferte, con gli attacchi di panico e la volontà di morte che cela la vita che grida. Le forme della sofferenza sono tante e soffrire significa decisamente dissentire, dire di no: è quello che fanno i giovani della generazione Z. L’Io degli adolescenti appare “vetrificato”, ridotto a specchio, esposto allo Sguardo dell’altro nella sua nudità, al giudizio della società e della famiglia che Rovelli descrive con una notevole carica polemica contestando l’onnipresenza della famiglia contemporanea che protegge ma soffoca anche, preclude, ostacola il processo di crescita. La scuola esige “crediti” ma offre ben poco in termini di formazione culturale e umana di tipo emotivo; perché è attraverso le emozioni che si apprende, non attraverso la mole delle esperienze e dei progetti, non attraverso la quantità bensì la qualità dell’insegnamento. E qui ci soccorre il grande Quintiliano, pedagogista ante litteram: la scuola dovrebbe offrire non multa sed multum, non tante cose ma (qualitativamente) tanto.