Icaro
Aggrappati al dio fragile: il tempo inquieto
In questo primo anno di «Icaro», più volte, ci siamo trovati a riflettere sulle inquietudini del nostro tempo e spesso, con diversi protagonisti (mons. Paglia, mons. Staglianò, il card. Comastri ed altri), ci siamo posti interrogativi sulla fede in rapporto alla contemporaneità, alle sue innovazioni, ai tumulti che appaiono in superficie e a quelli che, invece, scavano dei solchi invisibili.
A fine 2024 è stato pubblicato un libro significativo, denso, intuitivo, dal titolo Fragilità di un dio. Inquietudini religiose del nostro tempo, a cura di Massimo Iiritano per l’editore “Mimesis”. L’autore ci propone, verso le ultime pagine, una citazione di Paul Celan, che recita «Abbiamo commesso ciò che è Uno e Lieve/ piombammo giù nel profondo/da cui s’intesse la spuma dell’Eterno. E noi non l’abbiamo intessuta/ non avevamo le mani libere»: che cosa pensiamo davanti a queste parole se non che, in tante occasioni, siamo veramente nudi dinanzi alla Storia? E dove ci collochiamo in questa nudità, mentre la quotidianità ci ripropone l’orrore di Gaza, i fantasmi dell’antisemitismo, le scene di un’Europa che fatica a trovare la sua voce autonoma, forte e chiara?
Dinanzi a questa specie di realtà (che ci sta sotto gli occhi) la fede resta un’ancora forte, ma anche una domanda, che coinvolge credenti e non credenti, che appassiona cercatori di futuro, seminatori di speranza, mimi muti ma in azione, per far sentire la propria indignazione contro l’orrore della guerra, contro i soprusi del potere, contro la cosiddetta, per citare Papa Francesco, “globalizzazione dell’indifferenza”. Qualche volta ci spingiamo alla soglia delle verità escatologiche. Molto opportuna la citazione di Iiritano - tratta da Bloch e dal suo scritto Marx, la morte e l’apocalisse (in Religione ed eredità), in cui si dice: «La nostra futura beatitudine, l’esistenza del regno dei cieli, la chiara realizzazione del sogno dell’anima, a cui corrisponde la sfera di una realtà comunque determinata, non sono solo pensabili, cioè formalmente possibili, ma assolutamente necessari, al di là di ogni giustificazione, prova, consenso e premessa formale o reale della loro esistenza. Essi sono postulati dalla natura dell’oggetto a priori e, dunque, anche dall’intensa tendenza utopica di una realtà essenziale e stabilita esattamente». Quale termine ci colpisce di più di questo complesso pensiero? Il termine “necessità” porta con sé tutta l’urgenza che abbiamo di aggrapparci, di poter alimentare una fiducia, che altrove non è concessa. E il progresso e la contemporaneità, nella loro negazione di questa necessità di fiducia ultraterrena, sentono essi stessi il disagio per cui l’età attuale si ritrova ammalata, senza, tuttavia, individuarne le cause ultime.
Per questo ragionamento voglio farmi aiutare anche da un altro bellissimo libro, dal titolo Conversazioni su Dio e sull’uomo, scritto dal grandissimo sociologo Bauman, in dialogo con Stanislaw Obirek, teologo, storico ed ex gesuita. La domanda di fondo di questo meraviglioso testo è forte: quale esperienza religiosa è possibile trovare in un mondo di consumatori, dove «l’homo consumens» fatica a trovare una dimensione di comunità e moltiplica, di pari passo, le sue paure? Bauman, ricalcando il pensiero di Leszek Kolakowski, precisa che Dio è la concreta ammissione della non-autosufficienza dell’uomo. I credenti sono consapevoli di una propria insufficienza (eterna e incurabile), gli atei e gli agnostici negano, in apparenza, quella non-autosufficienza dell’uomo, eppure la riconoscono, al tempo stesso, in una modalità temporanea, fidandosi del fatto che i progressi dell’umanità finiranno per avere la meglio (citando in parte anche John Maxwell Coetzee). Obirek, su questa sollecitazione del grande sociologo, concorda dicendo che davanti all’abisso di queste domande è auspicabile un atteggiamento privo di soluzioni definitive e cita un suo amico psichiatra, il quale disse: «Gli psichiatri e i preti soffrono di un comune disturbo, la “sindrome del Messia”. Non solo vogliono salvare gli uomini, ma sono convinti di riuscire a farlo». Questo prezioso testo, pubblicato da Laterza, e firmato da Bauman e Obirek, finisce nel modo più nobile possibile: senza conclusione. La soluzione aperta, in termini di fede, non è solo un banale invito alla fiducia, ma è l’aggancio per stabilire un dialogo con chi ha un pensiero diverso, con chi condivide alcune nostre convinzioni o angosce, con chi è disposto a non farsi divorare dall’indifferenza.