icaro

Nell’Italia dei pazzi molto Ragionevoli

Anton Giulio Mancino


Se c’è un autore che per antonomasia è considerato universalmente noto per aver affrontato il
tema della follia quello è Marco Bellocchio. Fin qui il luogo comune. Ma, per dirla nei modi
shakespeariani di Amleto, c’è sempre stato del “metodo” nella follia bellocchiana. Come ad
esempio si sottolinea nel 2003 in Buongiorno, notte: mentre è in corso il rapimento di Aldo Moro

sta anche per essere approvata la legge 180 del 13 maggio 1978 che prevede la chiusura dei
manicomi. Eppure si assiste a una serie di crudeli o bizzarre contraddizioni: in un clima cosi
ragionevolmente irragionevole, quale quello del sequestro e dei depistaggi, si segue ogni pista
paranormale concepibile, in cui i vertici dello Stato danno ascolto e credito a un gruppo di cauti
accademici cattolici, destinati poi ad alti incarichi istituzionali, evocatori degli spiriti di Giorgio La
Pira (più collaborativo) e di don Luigi Sturzo; ed è in questo clima delirante davvero, suggerisce
Bellocchio, che matura infine il disegno della cosiddetta Legge Basaglia.
Ma c’è di più per l’autore che nel 1984 realizza un personale disadattamento di Enrico IV,
attingendo un po’ a Pirandello e un po’ a Moro creduto altrettanto “pazzo”, con lettere a lui
“moralmente non ascrivibili”, invero sane, logiche e toccanti. Perché, si chiede e ci chiede il regista
piacentino, se sia mai possibile che Moro, novello Enrico IV, creduto o fatto credere matto, non
venga liberato/slegato dalla prigione (manicomiale) del popolo? Perciò lascia che in Buongiorno,
notte da un televisore acceso giunga l’eco del dibattito parlamentare sulla benemerita legge in
materia di “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. Con il senno di poi, il
“senno” che mancò allora, l’umoristica sarabanda del precedente documentario bellocchiano La
macchina cinema, andato in onda proprio nel 1978 e realizzato con Silvano agosti, Stefano Rulli e
Sandro Petraglia, finisce per restituire, magari inconsapevolmente, un quadro vasto e attendibile
di un’Italia da “matti”, ancorché molto “ragionevoli”.
Con o senza la cornice psichiatrica, l’autore collettivo o il collettivo di autori, che dir si voglia,
destinato a sciogliersi dopo La macchina cinema, non ha cambiato l’obiettivo del proprio “fare
inchiesta” condiviso dal 1976, l’anno di Matti da slegare, e portato avanti in un modo o nell’altro
dentro la tragica cornice reale nell’anno del delitto Moro. Nessuno o tutti era significativamente il
titolo dell’edizione integrale, in 16 millimetri, di Matti da slegare, e ben si adatta(va) anche al
progetto di La macchina cinema di non escludere proprio nessuno, estendendo il proprio raggio
d’azione a tutti i personaggi del cinema, di ogni ordine e grado.
Si tratta in definitiva di un viaggio ispirato dall’antipsichiatria o dal movimento Psichiatria
Democratica fondato da Basaglia nel 1973 e che prepara il terreno della Legge del 13 maggio
1978, votata a maggioranza. Cioè, pochi giorni dopo l’uccisione di Moro.

Privacy Policy Cookie Policy