L'inserto

Icaro, il sangue operaio: da Marx a Trump alle tute blu dell'ex Ilva che votarono a destra

Fulvio Colucci

«Icaro», l’inserto culturale della Gazzetta, diventa settimanale: ogni domenica, a partire da oggi, i Lettori lo troveranno all’interno del quotidiano

«Icaro», l’inserto culturale della Gazzetta, diventa settimanale: ogni domenica, a partire da oggi, i Lettori lo troveranno all’interno del quotidiano. Una vetrina per raccontare il mondo con approfondimenti, interviste, recensioni.

Il prossimo numero è dedicato al destino del voto operaio che negli Stati Uniti ha premiato Trump. Ma che, già in passato, alle nostre latitudini, rinforzò il leader tarantino Giancarlo Cito e la Lega Nord di Umberto Bossi. Spazio, naturalmente, anche alle suggestioni dell’arte, del cinema e del teatro.

Lo sguardo di Ulisse di Fulvio Colucci

Trump e Marx ovvero sangue operaio. Direte: che te ne fai di un titolo? Non è una poesia di Bukowski, ma il corso degli eventi, la storia, l’urto delle cose. Di un titolo ce ne facciamo tanto lasciandolo aderire all’evoluzione ultima del voto operaio negli Stati Uniti. Perché le tute blu hanno votato Trump? Basta rileggere la poesia I lavoratori. Scritta da Bukowski. Gli operai hanno votato Trump perché «Ridono continuamente anche quando un’asse piomba giù e rovina una faccia o deforma un corpo». Gli operai hanno votato Trump perché: «masticano un tozzo di pane, tirano sul prezzo, dormono, contano i soldi». Gli operai hanno votato Trump perché «qualche volta li fanno uscire per una boccata d’aria ma sono incatenati a ritornare da catene, che non spezzerebbero anche se potessero». Gli operai hanno votato Trump per tornare a quel verso: «lavorano sodo e bene, lavorano così sodo che i nervi si ribellano e lì fanno tremare, ma spesso sono elogiati da quelli che tra loro si sono innalzati come stelle, e ora le stelle vigilano vigilano anche per quei pochi che potrebbero tentare un ritmo più lento o mostrare disinteresse o simulare una malattia per avere un po’ di riposo». Gli operai hanno votato Trump per tornare a sentirsi fieri di essere operai. Una illusione? Possibile, nella sua crudeltà (perché sappiamo bene chi è Trump e le sue politiche di destra). Ma non si può far tornare il sorriso alle tute blu proponendogli i live dal salotto di Oprah Winfrey. Ultimo viene il voto operaio a Trump, ma c’è un altrove in cui storicamente la metamorfosi quasi kafkiana si è compiuta con trent’anni d’anticipo. Il laboratorio politico Puglia, il laboratorio dei laboratori politici: la Taranto industriale targata Italsider e poi Ilva. Nel 1993, alle elezioni comunali, la classe operaia si schierò col “telepredicatore” Giancarlo Cito, con At6, la Lega d’azione meridionale. E la saldatura con il voto borghese law e order fu determinante. Cosa sognava quella classe operaia? La disintermediazione politica, la cura di una rabbia antica (la crisi della siderurgia e la dura ristrutturazione dei Riva era alle porte), quell’impasto di politiche progressiste e temi di destra, come ricorda l’operaio scrittore Fabio Boccuni nel suo prezioso contributo raccolto dal nostro settimanale. A proposito, salutiamo lo sforzo dei nostri editori: cari lettori, troverete Icaro ogni settimana con La Gazzetta del Mezzogiorno. Un impegno per crescere insieme. Torniamo agli operai per chiudere segnalando l’intervista al sociologo Onofrio Romano di Leonardo Petrocelli e le recensioni curate da Dorella Cianci sul grande tema della svolta a destra dei lavoratori. Poco prima di chiudere Icaro è giunta notizia della morte di Franco Ferrarotti, padre della sociologia italiana. Ci è sembrato doveroso ricordarlo citando la presentazione di un libro del 2012, Per l’autonomia operaia (Solfanelli editore). La riportiamo perché offre la chiave di lettura definitiva sul tema che tanto ci appassiona: «Contrariamente a quanto immaginato da letterati della politica e da cineasti portati a risolvere i propri sensi di colpa con una supposta vocazione sociale, la classe operaia non va né in paradiso né all’inferno. «Questo libro cerca di chiarire che semplicemente evolve, cambia, insieme con l’evolvere dei mezzi di produzione. Dalla tuta blu al camice bianco. Dall’operaio all’operatore. Resta in piedi la contraddizione strutturale dell’impresa moderna: una struttura di dominio che però non può funzionare senza la collaborazione di tutti coloro che vi partecipano. «In questo senso, l’emancipazione operaia non potrà essere un regalo delle circostanze, tanto meno il frutto degli sforzi, più o meno narcisistici, dei “volontari del proletariato” che scrivono della rivoluzione operaia senza aver mai messo piede in fabbrica. «L’emancipazione operaia sarà l’esito della lotta degli stessi lavoratori, per i quali l’industrializzazione non è un tema accademico, ma un’esperienza di vita».

LEGGI IL RESTO DELL'INSERTO IN EDICOLA E SULLA NOSTRA DIGITAL EDITION 

Privacy Policy Cookie Policy