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LECCE - Ha 23 anni, è arrivato dal Camerun e si fa chiamare 'Papi', il nomignolo col quale il nonno lo chiamava da piccolo. Appare ancora frastornato dal clamore suscitato dalla vicenda, ma è «folle di gioia e felicità». Dopo otto anni potrà riabbracciare la madre che prima di lui clandestinamente aveva raggiunto le coste italiane e oggi risiede con un regolare permesso di soggiorno nel nord Italia a Bergamo, dove lui presto la raggiungerà. La madre temeva ormai di non poterlo riabbracciare più ma ora, grazie a un connazionale che le ha detto di averlo visto durante uno sbarco a Lampedusa, all’aiuto della Cgil di Bergamo e all’impegno di diverse questure, lo ha ritrovato.
«Non ricordo quando l’ho vista l’ultima volta - racconta il giovane camerunense negli uffici della Questura di Lecce, parlando in francese con l’aiuto di una traduttrice - non ricordo più nulla di quel periodo, solo la morte di mio padre, ucciso nel 2008. Non avevo idea che mia madre si potesse trovare in Italia e quando l’ho saputo mi sono sentito scoppiare il cuore dalla felicità. È l’unica persona che ho. Mi è mancata molto soprattutto quando vado a dormire. Ringrazio il governo italiano per avermi aiutato a ritrovarla».

«Abbiamo capito che il soggetto che cercavamo era lui quando ieri, dopo averlo convocato in Questura per dirgli che c'era una donna che lo cercava, è scoppiato in lacrime», racconta Rocco Carrozzo, dirigente dell’Ufficio stranieri della Questura di Lecce, spiegando come non sia stato semplice arrivare all’identificazione del giovane per un problema di errata trascrizione nella banca dati delle sue generalità che all’inizio sembravano non combaciare con quelle fornite dalla madre. «Poi grazie anche alla Prefettura, che ci ha aiutato nel censimento, siamo arrivati alla svolta», ha aggiunto Carrozzo.

'Papi' ha raccontato di essere andato via dal Camerun nel 2014. «Non mi sentivo più al sicuro lì - ha spiegato - volevo andare in Italia. Sono arrivato in Algeria, dove sono rimasto un anno, e quindi in Libia dove ho subito trattamenti disumani. Mi hanno anche picchiato con l’impugnatura di un’arma per poi buttarmi su un barcone e mandarmi via insieme ad altri disperati». Poi la drammatica traversata. «Durante il viaggio ho visto morire persone. Ad un certo punto abbiamo visto una nave e pensato che fossero i libici che ci stavano inseguendo, ma poi abbiamo capito che quella nave ci stava venendo a salvare».

Era il 21 ottobre 2016: 'Papi' è stato poi smistato dal Dipartimento libertà civili a Lecce, dov'è arrivato il 15 dicembre scorso. Il giovane, che ha richiesto la protezione internazionale, su disposizione della Prefettura di Lecce è ospitato in una struttura gestita in città dalla Caritas. In mattinata il giovane per la prima volta è riuscito tra le lacrime a parlare al telefono con la madre in Questura, dove si sta lavorando per espletare nel più breve tempo possibile la procedura per il ricongiungimento familiare. Papì sarà trasferito in una struttura per richiedenti asilo in provincia di Bergamo e una volta lì potrebbe avanzare richiesta di soggiorno per motivi familiari.

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