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lo scandalo ccr

Carcere ingusto, risarcito
«La mia vita vale 37mila euro»

Giuseppe Caputo ingiustamente detenuto, indagato e poi assolto nel grande scandalo della sanità privata barese. Aveva chiesto mezzo milione di euro. Si è ammalato, ha divorziato e ha vissuto l'inferno

giuseppe caputo ccr

carmela formicola
La Cassazione ha messo la parola fine alla storia una manciata di giorni fa. La somma per il risarcimento è quella e non c’è altro da aggiungere. Trentasettemila euro: tanto è stato riconosciuto a Giuseppe Caputo per essere stato ingiustamente detenuto, indagato, licenziato e processato. «Ingiustamente» perché, alla fine, è stato assolto.
Il nome di Giuseppe Caputo, 68enne barese, probabilmente, ai più non dice niente. Negli anni Novanta fu travolto dallo scandalo Ccr, era uno degli uomini più vicini a Francesco Cavallari. Fu dunque arrestato e licenziato. Sua moglie lo lasciò. Perse anche la casa e finì in cura da uno psichiatra, perché quando in un momento ti accorgi di non avere più nulla, può succedere che perdi anche la testa. Ma come molti degli imputati dell’operazione Speranza, Caputo è stato assolto. Ha avviato una causa di risarcimento e non già per l’ingiusta detenzione subita quanto per i danni materiali e biologici che l’uragano «Speranza» gli ha lasciato addosso come ferite sanguinanti.
UN TRAVASO DI BILE Aveva chiesto 520mila euro. La giustizia italiana gliene ha riconosciuti 37mila. Quando seppe l’entità della cifra, una manciata di mesi fa, gli venne un travaso di bile. E chiamò «in aiuto» la Gazzetta. «Mi avete messo tante di quelle volte sul giornale... fatelo anche ora, che magari si smuove qualcosa», ci disse, alludendo alle centinaia di articoli dedicati dal nostro giornale all’affaire Ccr. In quell’occasione, insieme, riepilogammo la storia. Gli anni d’oro, quando in giro per i corridoi della «Mater Dei» Gennaro Caputo andava in giro indossando il camice bianco e tutti lo chiamavano «dottore». Anche Savinuccio Parisi, quando si presentò nella clinica oncologica chiedendo aiuto per il suo nipotino malato di cancro. Agio, potere, felicità. Poi il terremoto, il primo arresto nel ‘94, per la storia degli accreditamenti, il secondo nel ‘95, per la triangolazione imprenditori/politici/mafiosi. Triangolazione andata diluendosi anno dopo anno, udienza dopo udienza, assoluzione dopo assoluzione.
Se l’è passata davvero male, in tutto questo tempo, il «dottore della Mater Dei». Pieno di debiti, chiese anche aiuto a Cavallari, il quale gli disse che non ci sarebbe stato alcun problema a fargli un prestito, ma poi scomparve nel nulla per ricomparire a Santo Domingo.
«la peggiore morte è essere vivi» E comunque, quando Caputo ha avuto la certezza che il risarcimento totale, dopo 22 anni di inferno, è stato quantificato in 37mila euro, ha avuto un altro crollo, ricovero al «Di Venere», un’angioplastica. «La peggiore morte è essere vivi - si sfoga - la vita di un uomo, secondo i giudici, non vale niente. Non c’era, non c’è e non ci sarà mai giustizia a questo mondo». Avrebbe potuto «pentirsi», magari le cose sarebbero andate in maniera diversa, gli inquirenti gli proposero un accordo quando era ancora in carcere: lui avrebbe dovuto confermare che Parisi aveva dato 3 miliardi di lire a Cavallari. Circostanza che Caputo ha sempre sostenuto di non conoscere.
La sua storia è forse una delle più tristi tra quelle toccate ai protagonisti degli splendidi anni delle Ccr, ma qualcuno ricorda anche alcuni indagati illustri che seppur riemersi dalle sabbie mobili dell’inchiesta, si sono ammalati di cancro. E sono morti. La scienza, tuttavia, non ha mai dimostrato il nesso di causalità tra il dolore che si cova dentro e la neoplasia che pure dentro, lentamente, divora.
la revisione Quanto a Cavallari, il «re Mida», il «deus ex machina», la «vittima sacrificale» o il «grande corruttore», dal suo buen retiro nei Caraibi ha cominciato a sgranare il count down. Giorno dopo giorno segna sul calendario un altro giorno che se ne va in vista di un traguardo: il 27 giugno. Cosa accade il 27 giugno? Si celebra dinanzi alla Corte di Appello di Lecce l'udienza per la revisione del processo a carico dell'ex presidente del gruppo delle Case di Cura Riunite. Cavallari, detto «Cicci», com’è noto, nel 1995 patteggiò una condanna a 22 mesi di reclusione per associazione mafiosa, falso in bilancio, abuso e corruzione. A distanza di anni, i suoi legali hanno chiesto la revisione del processo anche alla luce dello sfilacciamento complessivo dell’originario impianto accusatorio. I giudici di secondo grado di Lecce avevano già detto «no» alla revisione ma la Corte di Cassazione ha rinviato indietro le carte disponendo un procedimento bis. La Corte d'Appello di Lecce, nel gennaio scorso, ha rigettato la richiesta di inammissibilità del ricorso avanzata dalla Procura Generale e ha fissato la discussione al 27 giugno.
cosa succede a biallo e parisi? Ma c’è ancora un colpo di scena in agguato. Perché la Cassazione nel frattempo la Cassazione dovrà pronunciarsi sul ricorso contro la sentenza di non luogo a procedere per prescrizione nei confronti di Paolo Biallo (già manager delle ex Ccr, nonché cognato di Francesco Cavallari) e del boss barese Savino Parisi, uno degli stralci del procedimento «Speranza». La Corte di Appello di Lecce sta di fatto aspettando la decisione della Suprema corte (l'udienza si terrà il 31 maggio) per esprimersi poi su Cavallari. La cui richiesta di revisione, com’è noto, riguarda la condanna per associazione mafiosa, presentata perché gli altri coimputati che avevano scelto un processo ordinario sono stati assolti. Ma un'associazione per delinquere - per essere riconosciuta tale - deve essere composta almeno da tre soggetti. La Corte di Appello potrebbe ora ricalcolare la pena, escludendo il reato associativo. In questo caso, Cavallari potrebbe rimettere le mani sul suo immenso patrimonio, sequestratogli proprio in base alla normativa antimafia.

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