la sentenza
«Non è configurabile il reato», a Bari assolto il commercialista Soave accusato di traffico di influenze
Un cliente aveva denunciato che il 59enne gli aveva chiesto (invano) 300mila euro per truccare una sentenza. Il Tribunale ritiene «evidente» che la legge non consenta di ipotizzare il tentativo di corruzione tra privati
E’ «evidente» che al commercialista barese Massimiliano Soave non possa essere contestato il traffico di influenze illecite per aver chiesto a un suo cliente denaro necessario a pagare i giudici tributari, avendo poi ottenuto dalla presunta vittima una risposta negativa. Non è possibile, insomma, configurare un tentativo di traffico di influenze così come aveva ipotizzato la Procura di Bari. Si legge così la decisione con cui il Tribunale di Bari (giudice Luna Calzolaro) lo ha assolto «perché il fatto non sussiste», prima dell'apertura di dibattimento, secondo il dispositivo dell’articolo 129 del codice penale.
Il processo era l’ultimo rivolo rimasto in piedi delle indagini della Procura di Lecce sulla «giustizia truccata» di Soave, 59 anni, all’epoca dei fatti difensore in sede tributaria dell’imprenditore barlettano Giorgio Cosentino, era accusato di aver chiesto al suo cliente 300mila euro per ottenere l’annullamento di cartelle esattoriali da circa 2 milioni di euro. La richiesta di denaro, nella denuncia di Cosentino, sarebbe partita dall’ex magistrato Michele Nardi (componente della commissione tributaria di Bari) e sarebbe stata veicolata da Soave. A carico di Nardi era inizialmente ipotizzata una tentata concussione, archiviata perché non è emersa la prova che l’ex giudice (radiato dal Csm e in appello dopo i 16 anni e 9 mesi in primo grado per associazione a delinquere, concussione e corruzione) fosse a conoscenza del presunto piano illecito ordito da Soave con cui c’erano effettivamente rapporti di conoscenza.
Il difensore di Soave, Antonio La Scala, aveva sollevato una duplice eccezione rilevando da un lato che non può essere ipotizzato in astratto il tentativo di traffico di influenze, e dall’altro che la condotta contestata dalla Procura al commercialista barese configurerebbe il cosiddetto «reato impossibile» per inidoneità dell'azione.