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Il processo

Bari, clan Capriati controllava il Porto: chieste condanne fino a 26 anni

Dalla gestione di alcuni servizi al pizzo sulla festa di San Nicola: 24 imputati. L'Ariete (parte offesa) chiede e ottiene il controllo giudiziario dal tribunale

porto di Bari

Condanne a pene comprese tra i 26 anni e i 16 mesi di reclusione sono state chieste dalla Dda di Bari per 24 imputati, ritenuti affiliati al clan Capriati di Bari, accusati a vario titolo di associazione mafiosa, traffico e spaccio di droga, porto e detenzione di armi da guerra ed estorsioni, reati aggravati dal metodo mafioso, e furti, truffa e induzione indebita a dare o promettere utilità. Le richieste di condanna sono state formulate dal pm Fabio Buquicchio nel processo con rito abbreviato che si sta celebrando nell’aula 'bunker' di Bitonto dinanzi al gup del Tribunale di Bari Antonella Cafagna. 

Stando alle indagini della Dda di Bari, il clan aveva assunto di fatto il controllo del servizio di assistenza e viabilità all’interno del porto di Bari. Gli inquirenti hanno accertato anche che il gruppo criminale avrebbe obbligato i commercianti del mercato di Santa Scolastica e gli ambulanti della festa patronale di San Nicola del 2015 ad acquistare merce da fornitori amici utilizzando la forza di intimidazione del "brand Capriati», oltre ad occuparsi delle attività tipiche della criminalità organizzata: traffico di armi e droga, furti e rapine. Secondo la Dda ai vertici del gruppo mafioso c'erano i fratelli Filippo e Pietro Capriati, nipoti dello storico capo clan Tonino. Per Pietro Capriati e per il coimputato Gaetano Lorusso l’accusa ha chiesto la condanna più alta, a 26 anni di reclusione. Per Filippo la richiesta di condanna sarà formulata nella prossima udienza del 14 gennaio perché solo oggi l'imputato ha scelto di essere processato con il rito abbreviato. 

Per altri 13 imputati prosegue l’udienza preliminare per il rinvio a giudizio. Nel procedimento sono costituiti parti civili l'Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Meridionale, Ministero dell’Interno, Agenzia delle Entrate, Cooperativa Ariete e Associazione Antiracket Puglia.

L'ARIETE PUO' PARTECIPARE AGLI APPALTI GRAZIE AL «CONTROLLO GIUDIZIARIO» - La Cooperativa Ariete - che inizialmente era stata destinataria di una interdittiva antimafia dalla Prefettura - ha chiesto e ottenuto dal tribunale di Bari - sezione misure di prevenzione - il «controllo giudiziario». Tale istituto, previsto dal codice antimafia e innovativo per la Puglia, è una misura che in qualche modo sterilizza gli effetti (devastanti per una impresa) della interdittiva garantendo al tempo stesso una sorta di tutela giudiziaria. Ciò da un lato comporta l'iscrizione alla white list e la partecipazione agli appalti, dall'altro consente all'impresa di continuare a gestire con i propri amministratori sia pure con la supervisione di due fiduciari del tribunale. Ariete aveva fatto altresì ricorso al Tar che aveva accolto la sospensiva motivandola anche con la decisione dell'azienda di chiedere essa stessa una tutela. La decisione dei giudici penali, adesso, tiene conto di un quadro che induce «ad escludere la sussistenza di un tentativo di infiltrazione mafiosa stabile, abituale ed endemico» si legge nel provvedimento con il quale sono stati nominati dal giudice delegato, Giulia Romanazzi, quali amministratori giudiziari con il compito di «supervisionare l'attività di impresa» l'avv. Flora Caputi e l'avv. Francesca Sogari.

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