il caso

«Minacce a Canonico per fargli vendere il Foggia calcio», chiesta l’esclusione dell’aggravante mafiosa

Il processo abbreviato ai 3 cinquantenni foggiani arrestati a maggio 2025 per il tentativo di estorsione all’ex presidente del Foggia calcio: tra un mese la sentenza

Escludere l’aggravante della mafiosità e condannare al minimo della pena Marco Lombardi e il cognato Massimiliano Russo; assoluzione invece la richiesta per Fabio Delli Carri. Così ieri mattina le arringhe degli avv. Ettore Censano (per Lombardi e Russo) e Cristiano Conte (per Delli Carri) davanti al gup di Bari Giuseppe Battista nel processo abbreviato ai 3 cinquantenni foggiani arrestati il 19 maggio 2025 per il tentativo di estorsione all’ex presidente del Foggia calcio Nicola Canonico, imprenditore edile barese che resistette alle pressioni e minacce di chi voleva farlo dimettere e fargli vendere la società. Tra un mese la sentenza. I 3 imputati hanno assistito all’udienza in videoconferenza dalle carceri. Lombardi è ai domiciliari per questa vicenda, ma sconta in cella una vecchia pendenza con la Giustizia. Come il cognato Russo che quando fu arrestato era già in carcere da due mesi perché condannato a 12 anni per l’omicidio preterintenzionale di un vicino massacrato di botte.

Nell’udienza del 3 febbraio il pm della Dda Bruna Manganelli tenuto conto della riduzione di un terzo delle pene prevista dal rito, chiese la condanna a 7 anni e 2 mesi di Lombardi, reo confesso, principale imputato. Lombardi considerato contiguo a elementi di vertice del clan Sinesi/Francavilla della “Società foggiana”, è ritenuto il regista della strategia della tensione per costringere Canonico a lasciare portata avanti su un doppio binario: da una parte attentati in serie a giocatori, dirigenti e tifosi rossoneri; dall’altra campagna sui social con video e post per criticare pesantemente la gestione della società. La Dda chiede poi le condanne a 5 anni e 10 mesi di Delli Carri; e 5 anni e 6 mesi per Russo. Nell’inchiesta coinvolto un quarto foggiano Danilo Mustaccioli, sotto processo con rito ordinario in Tribunale a Foggia.

I 4 foggiani sono accusati a vario titolo di concorso in tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso e dall’aver agito per agevolare il clan Sinesi/Francavilla (pur se la Dda chiede il riconoscimento dell’aggravante “solo” per il metodo); porto e detenzione illegale di armi ed esplosivo e incendi per i 5 attentati oggetto del processo. Fucilate il 18 giugno 2023 a Foggia contro la Jeep Renegade dell’allora capitano della squadra Davide Di Pasquale, parcheggiata davanti allo stadio Zaccheria. Bomba inesplosa piazzata il 9 gennaio 2024 a Modugno nel piazzale della “NC costruzioni” dei Canonico, davanti all’Audi Q5 di Emanuele Canonico, figlio di Nicola e vicepresidente del Foggia calcio. L’incendio e i tentativi di incendi a Foggia il 14, 15 e 16 marzo 2024 della Lancia Delta del capo ultras Antonello D’Ascanio; della Peugeot 5008 di Giuseppe Severo, segretario generale del Foggia calcio; e della Jeep Renegade di Vincenzo Milillo, direttore generale della società. Il solo Canonico si è costituito parte civile.

Vista la confessione del principale imputato che in aula nell’udienza del 25 novembre disse 4 parole: “ammetto i fatti storici” senza aggiungere altro, il processo per lui ruota sulla sussistenza o meno dell’aggravante mafiosa e sulla pena da infliggere. Per la Dda, che rimarca tra l’altro come la Cassazione abbia confermato la sussistenza dell’aggravante rigettando sul punto il ricorso difensivo, chi firmò gli attentati in serie lo fece “ricorrendo all’utilizzo della forza di intimidazione mafiosa, avuto riguardo delle modalità delle intimidazioni commesse in luogo pubblico, sulla pubblica via, con modalità eclatanti tipiche dell’azione della criminalità mafiosa, idonee sia a provocare allarme sociale nella collettività sia a rafforzare il messaggio intimidatorio alle vittime designate”.

L’avv. Censano, nel chiedere la condanna al minimo della pena di Lombardi e Russo, ha sostenuto che Lombardi agì mosso dal rancore contro Canonico per non essere stato assunto come magazziniere nella società e per il licenziamento della compagna, dipendente del club rossonero. Ma non sussiste il metodo mafioso - la tesi difensiva - perché un attentato è di per sé eclatante e questo non significa automaticamente che è di stampo mafioso; né le vittime come emerge dalle intercettazioni manifestarono mai il timore che dietro gli attentati ci fosse la criminalità organizzata.

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