La sentenza
Foggia, per l'agguato a Frascolla pene ridotte ai Bruno
Giuseppe Bruno reo confesso, fece fuoco; il cugino Antonio, che si dice innocente, è ritenuto l’istigatore del ferimento. In appello per i due cugini è caduta anche l’aggravante mafiosa
Caduta l’aggravante mafiosa, sono state ridotte in appello da 3 anni a 2 anni a 4 mesi le condanne ai cugini Giuseppe Bruno e Antonio Bruno, ventottenni foggiani, riconosciuti colpevoli di lesioni e porto illegale di pistola per la gambizzazione di Antonello Frascolla, altro malavitoso, avvenuta in città la notte del 28 ottobre. Giuseppe Bruno reo confesso, fece fuoco; il cugino Antonio, che si dice innocente, è ritenuto l’istigatore del ferimento. Pena ridotta anche al terzo imputato del processo, il cinquantunenne Salvatore Di Gioia, cognato di Frascolla, condannato a 1 anno e 7 mesi per porto illegale d’arma a fronte dei 2 anni e 1 mese della sentenza di primo grado pronunciata dal Tribunale di Foggia il 21 marzo 2023.
Nell’ottica accusatoria, il ferimento innescò una scia di sangue, coinvolgendo il clan Moretti cui sono ritenuti contigui i Bruno; e i rivali della batteria Sinesi/Francavilla, cui sono considerati vicini i Frascolla. Alla gambizzazione di Antonello Frascolla seguì infatti prima l’omicidio di Rodolfo Bruno, cassiere del clan Moretti padre di Antonio e zio di Giuseppe Bruno, assassinato il 15 novembre 2018 da killer ignoti; i sospetti sul presunto coinvolgimento dei fratelli Antonello e Gioacchino Frascolla nell’agguato mafioso sono rimasti senza riscontri. A gennaio 2019 nell’arco di due settimane poi si registrarono 3 triplici tentativi di omicidio, ordinati da Gianfranco Bruno (padre di Giuseppe e zio di Antonio) per vendicare la morte del cognato Rodolfo Bruno: un commando armato di cui faceva parte anche Antonio Bruno si mise inutilmente alla caccia di Antonello Frascolla, del fratello maggiore Gioacchino e di un loro amico, Mario Clemente.
Il pg chiedeva alla corte d’appello di confermare la sentenza di primo grado. Gli avv. Francesco Santangelo (difende i 2 Bruno), Carlo Alberto Mari (legale di Giuseppe Bruno) e Mongelli (assiste Di Gioia) chiedevano assoluzioni e in subordine riduzioni di pena ed esclusione dell’aggravante della mafiosità. La novità della sentenza della terza sezione della corte d’appello di Bari è quindi non solo nelle riduzioni delle pene inflitte in primo grado; ma anche nell’esclusione dell’aggravante mafiosa, contestata ai cugini Bruno ritenuti contigui al clan Moretti; e a Di Gioia per una presunta vicinanza al gruppo Sinesi/Francavilla. Secondo la Dda, infatti, “la dinamica omicidiaria” (inizialmente l’accusa ai cugini Bruno era d’aver tentato di uccidere Frascolla, poi fu derubricata in lesioni) “è stata posta in essere mediante l’utilizzo della forza di intimidazione mafiosa; inoltre Antonio Bruno è figlio di Rodolfo, esponente di spicco del clan Moretti assassinato il 15 novembre 2018; e Giuseppe Bruno è il figlio di Gianfranco, anche egli appartenente al clan Moretti”. A Di Gioia si contesta invece d’aver detenuto una pistola che mostrò al cognato Antonello Frascolla, subito dopo che quest’ultimo ricevette una visita in ospedale di Rodolfo Bruno.
Antonello Frascolla fu ferito da 2 pistolettate alla gamba sinistra in via Martiri di via Fani la notte del 28 settembre 2018. Secondo quanto ricostruito da Polizia e Dda, un’ora prima la vittima aveva litigato in zona Movida con Antonio Bruno. Poche ore dopo la gambizzazione, la squadra mobile arrestò per tentato omicidio Giuseppe Bruno che confessò e fece ritrovare la pistola; negò d’aver sparato per uccidere, e sostenne d’aver voluto dare una lezione alla vittima per storie di donne. Il gip convalidò l’arresto e derubricò l’accusa da tentato omicidio in lesioni. Il prosieguo delle indagini portò all’incriminazione anche di Antonio Bruno ritenuto l’istigatore del ferimento; e di Di Gioia rimasti a piede libero per questa vicenda. Antonio Bruno fu arrestato qualche mese dopo, il 5 febbraio 2019, per i tre triplici tentativi di omicidio nei confronti dei fratelli Frascolla e di Mario Clemente, venendo condannato in via definitiva a 10 anni e 8 mesi. Dopo un lungo periodo in carcere, sta finendo di scontare la condanna in affidamento a una comunità con facoltà di recarsi al lavoro.