Politica
Recuperare il dialogo tra politica e giustizia: ecco perché la riforma è necessaria
In questa storia del referendum non ci sono stati né vincitori, né vinti. L’analisi di realtà è la chiave per capire che più che festeggiare, semmai ci sarebbe molto da meditare
Mi ha ricordato la postura pacata di un nostro padre costituente pugliese, Aldo Moro, l’affacciarsi sulla scena pubblica del giovane neo eletto presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Giuseppe Tango. Le sue dichiarazioni hanno spento in un clic il rumore di ‘festeggiamenti’ fuori luogo ancora in corso ieri sera in certi studi televisivi allestiti a mò di rumorosi teatrini della politica politicante, con le maschere del ‘bravo presentatore’, del ‘difensore civico della Costituzione’, della studentessa mobilitatrice delle masse per il no, della claque d’ordinanza con applausometro incorporato. Basta così. Vogliamo un po’ di silenzio. La consultazione si è chiusa.
E vorremmo vedere tutti al lavoro per ‘recuperare il dialogo con la politica’, come ha detto saggiamente Tango. Prima delle sue parole la politica aveva già teso la mano. E’ un buon inizio. E adesso diciamocelo a chiare lettere: in questa storia del referendum non ci sono stati né vincitori, né vinti. L’analisi di realtà è la chiave per capire che più che festeggiare, semmai ci sarebbe molto da meditare.
Il referendum è stato un passaggio ostico per la comprensione dei più. Il tema oggetto di consultazione aveva una natura chiara soprattutto agli operatori del settore, magistrati, avvocati, personale amministrativo. Mentre era meno chiaro all’elettore medio per il quale il distinguo delle funzioni requirenti e giudicanti era lontano da studi e vissuti di esperienza. E l’esperienza, come si sa, conta molto per capire l’essenza delle cose. Soprattutto di quelle che si discutono in riferimento a modifiche della Carta Costituzionale. Più chiaro agli occhi dei cittadini era, invece, l’argomento della giustizia lenta e degli errori giudiziari sui quali però, sventuratamente, una parte dei sostenitori del Si’ ha deciso di costruire la comunicazione referendaria. E’ stato un gioco, a quel punto, per i sostenitori del No, trasformare una materia tecnica (e già poco comprensibile dai più) in un terreno di scontro politico (si vota contro il governo). Anche se in teoria i leaders politici non si misurano mai direttamente sul referendum, l’esperienza non lontanissima di Renzi avrebbe dovuto rammentare che fu un referendum costituzionale a inoculare il virus della polarizzazione sulla figura del leader, ‘isolando’ il quesito referendario. Ma si sa, nelle cose umane, la storia non è mai maestra.
A quel punto la matassa referendaria si è ingarbugliata in modo inestricabile. Nessuno ci ha capito più niente e il treno del confronto nel merito è deragliato rovinosamente. Peccato.
Perché nell’immaginario collettivo di noi cittadini il magistrato incarna imparzialità e distacco rispetto al dibattito politico: e se così non è, ne risulta compromesso il rapporto di fiducia coi cittadini e, più latamente, con le regole democratiche. Per questo le parole di Tango sono state acqua che ha spento il fuoco dell’incoscienza di chi pensa di avere mani d’amianto. Rinnovando le braci sotto la cenere. Mentre la verità è che i problemi di merito della giustizia restano intatti come capitoli aperti da discutere e provare una buona volta a risolvere.
Resta il problema dell’adeguatezza degli strumenti di responsabilità disciplinare e delle eventuali conseguenze sulla carriera dei magistrati coinvolti. Non dovrebbe essere più possibile consentire avanzamenti di carriera a magistrati che commettono errori gravi o reiterati, in linea con quanto avviene per altri funzionari pubblici. Forse non tutti sanno che l’Italia è spesso condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per l’eccessiva durata dei processi. E questo impatta sugli oneri che ricadono sullo Stato. Cioè su noi cittadini. Occorrerebbero strumenti più snelli e incisivi per garantire il rispetto dei tempi processuali.
Così come resta aperto il capitolo della separazione fra magistratura e politica. Il magistrato che assume incarichi politici non dovrebbe tornare a esercitare funzioni giurisdizionali. Per ragioni intuitive che mi appare superfluo anche solo enunciare.
Insomma: il referendum ha dimostrato che una riforma della giustizia è necessaria e urgente. E che richiede un confronto istituzionale il più ampio possibile. C’è materia da discutere. In pace. Come Moro ha insegnato a noi allievi che abbiamo presto imparato che il tempo speso con le parole e l’ascolto non è mai tempo perso. Come si conviene nei Paesi che tengono convintamente ai beni incommensurabili della libertà e della loro storia democratica.